mercoledì 15 settembre 2010

Commento agli appunti del seminario “Paolo Sylos Labini, economista e cittadino” tenuto da A. Roncaglia

di Fabrizio Mittiga

Link agli appunti del seminario “Paolo Sylos Labini, economista e cittadino” tenuto da A. Roncaglia

Mi colpì molto, leggendo “Oligopolio e progresso tecnico” di Sylos Labini, l’affermazione dell’autore, apparentemente contraria ad ogni manuale di economia, che ad un aumento della domanda può seguire una diminuzione dei prezzi. Il ragionamento in realtà è molto semplice: un aumento della domanda induce ad un più alto utilizzo della capacità produttiva, quindi ad una riduzione dei costi fissi e di conseguenza dei prezzi.
E’ del resto vero che in oligopolio gli effetti benefici del progresso tecnico, condizione essenziale dello sviluppo economico, tendono a tradursi in un aumento dei salari e/o profitti del settore, con scarsa diffusione sul resto del sistema economico come sarebbe in concorrenza.
Tuttavia viene presentata negli appunti una concezione del progresso tecnico un po’ “ottocentesca”, nel senso che “a lungo andare lo sviluppo economico tenderebbe necessariamente ad annullarsi a causa dei rendimenti decrescenti delle terre e delle miniere”. Il rapporto dell’uomo con la natura è fortunatamente più complesso: vorrei far notare ad esempio che la foresta amazzonica, se non rinascesse spontaneamente, sarebbe forse in via di estinzione per l’opera devastatrice da parte dell’uomo. In questo caso si dovrebbe quindi parlare, da un punto di vista economico ed ecologico, di rendimenti crescenti della terra!
Il punto nodale, da un punto di vista analitico, sta a mio avviso sempre lì: non esiste una disponibilità scarsa di risorse tale da influire sui prezzi, come la teoria marginalista intende farci credere.

Ed in realtà, come ci ha insegnato P. Sraffa, forme non concorrenziali quali l’oligopolio ed altre possono paradossalmente essere facilmente spiegate nel momento in cui la determinazione concorrenziale dei prezzi ha validità scientifica. L’oligopolio, come noto, permette un aumento del saggio di profitto settoriale, ovvero uno scostamento positivo rispetto a quello uniforme concorrenziale. Ma dato il processo circolare della produzione, a questo aumento corrisponderà una diminuzione del saggio del profitto in qualche altro settore nel quale la forma di mercato è in un certo senso più “debole”.

Sylos Labini rifiutò, come riporta Roncaglia, il “trade-off” frontale tra salario e occupazione. Questa relazione inversa tra salario e occupazione, basatasi inizialmente su una ricerca empirica dell’economista A.W. Phillips e successivamente razionalizzata teoricamente da R.W. Lipsey, è stata ripresa e modificata dalla teoria monetarista (M. Friedman, e, più recentemente, Th.J. Sargent). Quest’ultima utilizza lo strumento del “trade off” frontale salario-occupazione, per dimostrare l’inefficacia di una politica monetaria, almeno nel lungo periodo se seguiamo la versione friedmaniana, in quanto in base al gioco delle aspettative, per qualunque livello atteso di salario, esiste un solo tasso di disoccupazione, chiamato “naturale”. In altri termini, per quanto un’espansione monetaria possa ridurre la disoccupazione nel breve periodo, l’aumento dei salari e dei prezzi riporterà sempre al tasso di disoccupazione naturale. Ma anche qui, purtroppo, la “natura” entra a sproposito nella teoria economica! Il punto debole di questa teoria sta infatti nell’ipotesi di moneta neutrale, tanto utile a livello teorico quanto inesistente nella realtà pratica! Una volta abbandonata tale ipotesi, un aumento del salario è del tutto compatibile con una diminuzione di alcuni prezzi relativi, una riduzione del tasso di profitto nei settori a bassa intensità di lavoro ed un aumento dell’occupazione in alcuni settori tale da far crescere l’occupazione generale del sistema economico.
Come in fondo sosteneva anche Sylos Labini in diverse sue opere.

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13 commenti:

  1. Credo che la riflessione vada fatta oggi nel 2010 in maniera prima di tutto sociologica e poi economica:
    1) credo che sia necessario e non più rimandabile affrontare una volta per tutte il concetto di crescita e il concetto di PIL per misurare il benessere. Il concetto di crescita se non tiene conto della finitezza delle risorse disponibili in breve tempo porterà all'esaurimento delle risorse disponibili...... e tanti saluti alla crescita. Mi spiego con un esempio. Sicuramente per la Cina se tutti i suoi cittadini hanno un'auto e la usano aumenta la crescita, ma cosa succederà alle risorse e peggio ancora cosa succederà all'ambiente? A Pechino già non si vede più il sole di giorno. E' crescita questa? E' un bene sociale che si accresce? Come si può ragionevolmente dire "In questo caso si dovrebbe quindi parlare, da un punto di vista economico ed ecologico, di rendimenti crescenti della terra"? Sicuramente sono molto ignorante in materia, ma in questo momento mi interessa di più capire cosa ci aspetta nel futuro dal punto di vista della vita e dell'ambiente, piuttosto che analizzare l'andamento dell'occupazione e del salario e credo che tutti dovremmo cominciare a riflettere su questi aspetti perchè altrimenti ci giochiamo a carte il nostro futuro che credo sia più importante di qualsiasi altro aspetto e teoria.
    2) io credo che il concetto di lavoro vada anche affrontato dal punto di vista dell'immagine che noi abbiamo del lavoro. Mi spiego meglio, almeno spero. L'occidente evoluto ha attribuito valore di status a certe professioni e a certi lavori. Nel fare ciò agli altri tipi di lavoro sono stati attribuiti valori inferiori dal punto di vista dello status sociale, ecc. Con il risultato che oggi fare lavori "umili" è considerata roba da extracomunitari. Ovviamente dietro a una rivalutazione dei lavori "poveri" c'è da fare un percorso non solo economico, ma anche politico e sociale complesso e lungo. Ma è a mio parere necessario ripartire oggi proprio da qui, altrimenti addio al sistema così come lo conosciamo. Io sono francamente per la decrescita e non mi interessa, in questo momento di crisi capire la relazione tra salario e occupazione, mi interessa capire e trovare le strade per uscire dalla crisi. Negli anni 60 perchè abbiamo avuto il boom economico? Perchè c'erano da una parte risorse non utilizzate e disponibili e dall'altra la possibilità di costruire un futuro grazie a contratti di lavoro a tempo indeterminato sia nel settore privato che nel pubblico. Oggi invece perchè siamo in crisi? Perchè le risorse non utilizzate sono sempre più scarse, il lavoro è diventato sia nel privato che nel pubblico precario, a tutto ciò aggiungi un terziario mostruosamente sovradimensionato e non più in grado di offrire quei lavori prestigiosi che piacciono tanto. Se non si riparte dal lavoro "povero" (agricoltura, ad esempio) e se non si riducono i consumi superflui che guarda caso comportano il consumo di beni che noi in occidente non facciamo più, allora veramente non avremo scampo. E qui la politica, la comunicazione, la società si devono muovere insieme.
    3) infine sarebbe interessante capire se oggi, col nostro tenore di vita siamo veramente più ricchi di 60 anni fa. Una volta ho seguito Zamagni in una lezione e ha fatto un riferimento ad un meccanismo da lui proposto per misurare la ricchezza. Ebbene detraendo dal nostro reddito i costi per produrlo e i costi ambientali, ebbene è emerso che oggi, in barba al PIL, siamo più poveri. E’ su questo che bisogna riflettere, secondo me. Siamo più ricchi oggi o eravamo più ricchi ieri, chi è più ricco oggi e chi è più povero. Dobbiamo fare questo con la massima onestà intellettuale e quindi agire di conseguenza.

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  2. L’economia moderna si occupa del benessere, un volta invece il suo fine era la felicità.
    La felicità che oggi interessa gli economisti è il benessere soggettivo, ma esso è dimostrato che dipende anche da fattori non economici come quelli relazionali e affettivi. Credo che la riflessione di Zamagni faccia primariamente perno su questo aspetto in merito a quale ricchezza ricercare.
    La felicità è per sua natura pubblica, e quindi deve poter esistere un’economia civile il cui principio non sia solo quello dello scambio di equivalenti materiali per massimizzare il proprio profitto. Insieme all’economia di mercato che crea la ricchezza, e a quella pianificata che tende a livellare distribuendo la ricchezza pur creata, si deve riconoscere e governare l’economia che risponde ai criteri classici della felicità, della cui basta ricordare 4 elementi:
    - non si può essere felici da soli: la felicità è piena nella comunione;
    - la felicità nasce dal donarsi;
    - ha una struttura paradossale: la si trova anche collaborando e facendo felici gli altri;
    - è un risultato indiretto di una vita virtuosa.
    Oltre al paradosso dimostrato riguardo al reddito pro capite-felicità, in cui oltre una certa soglia all’aumentare della ricchezza diminuisce la felicità, esiste quello ore di lavoro-felicità e quello partecipazione-felicità, se non addirittura quello anni di vita-felicità.
    Ciò dipende dal fatto che l’uomo è intrinsecamente un essere sociale, per cui ciò che ha grande valore sono i beni relazionali. Questi sono prodotti da rapporti che coinvolgono l’identità e le motivazioni proprie e dell’altro con cui si interagisce.

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  3. L'argomento è complesso, sono state affrontate troppe cose tutte assieme senza avere dei punti fermi.
    Diciamo che il pensiero economico ortodosso ha dei punti fermi, da quel che ho capito Sylos Labini ne ha criticato qualcuno. Bisognerebbe conoscere bene i primi e poi affrontare il secondo. Un'impresa lunga una laurea... per pillole e bocconcini sarebbe meglio circoscrivere in indicazioni base e limitate.
    Alcuni punti scarsi:
    - la terra ha risorse limitate, quindi vanno a esaurirsi, però l'uomo sviluppa la tecnologia che riesce con meno risorse a produrre di più, aumentando produttività dei lavoratori e migliorando la tecnologia l'uomo può sfuggire alla legge dei rendimenti decrescenti.
    - miglioramenti tecnologici in concorrenza perfetta vanno a incidere direttamente in prezzi più bassi o miglioramento di prodotto, il problema dell'oligopolio è che si appropria maggiormente di profitto e quindi di tutto ciò che può aumentare il profitto. Quindi miglioramenti tecnologici in caso di oligopolio favoriscono maggiormente il gruppo di interesse dei proprietari dell'industria sotto regime di oligopolio (e dei lavoratori con capitale umano specifico al settore con crescita tecnologica).
    - vi è una parte dei pensatori economici che considerano però imprescindibile l'extraprofitto atteso per far funzionare la macchina della ricerca e sviluppo che porta ai miglioramenti di tecnologia. Se fosse tutto livellato alla concorrenza perfetta nessuno farebbe ricerca e sviluppo. Si fa quindi un compromesso di settori in regime di oligopolio limitato per incentivare la ricerca e sviluppo, e il guadagno atteso protetto anche dai diritti di proprietà intellettuale.
    Comunque per cose un po’ troppo intricate e complesse ci vorrebbe veramente uno studio universitario.
    So long,
    the economist

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  4. Fabrizio Mittiga19 settembre 2010 00:29

    Una sola considerazione su quanto Marco ha scritto. La "legge" dei rendimenti decrescenti dipende dal punto di vista del legislatore! La terra non ha risorse limitate che vanno ad esaurirsi: nulla si crea e nulla si distrugge in natura, ma tutto si trasforma. Sarebbe interessante discuterne dal punto di vista della fisica, prendendo in considerazione in particolare la seconda legge della termodinamica e i suoi sviluppi. In ogni caso, il rapporto tra l'uomo e la natura è biunivoco, tenendo presente però che è l'uomo a far parte della natura e non viceversa. Il fatto è che abbiamo introdotto nella natura molto "regresso tecnico" (inquinamento, dispersione dei rifiuti, ecc.) che ora ci viene puntualmente restituito sotto forma di problemi ecologici ed economici da risolvere. E' vero che una miniera di ferro prima o poi si esaurirà, ma le eruzioni vulcaniche quanto ferro ci restituiscono ? Il fatto è che non sappiamo ancora utilizzare in termini economici il prodotto di
    un'eruzione vulcanica e ne consideriamo solo la sua pericolosità, ma non anche i suoi potenziali vantaggi. Impostato così il problema, risulta allora evidente che il ferro non è in sé una risorsa scarsa: lo diventa rispetto alle nostre capacità tecnologiche di utilizzarlo. Ma allora, tornando alla teoria economica, il valore del ferro, come di tutte le altre merci, non dipende dalla sua scarsità, ma dalle tecnologie per estrarlo.

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  5. Come ho già detto il problema della scarsità è inscindibile dalla tecnica e dalla tecnologia, la frase quindi: "Ma allora, tornando alla teoria economica, il valore del ferro, come di tutte le altre merci, non dipende dalla sua scarsità, ma dalle tecnologie per estrarlo."
    è una contraddizione in termini:
    a un certo punto della storia dell'uomo, con una data tecnologia, più di tanto la terra non dà, ed è lì a dimostrarcelo piangendo disastri naturali ogni giorno. L'uomo deve tutelarla gestendo la scarsità presente (che come ho già detto potrà trasformarsi in abbondanza futura, ma al futuro ci dobbiamo arrivare vivi!), per gestire la scarsità presente servono leggi, usi, costumi tribali che si autolimitavano per non esaurire le risorse della foresta accanto al villaggio, etc...

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  6. In natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma l'uomo ha la possibilità di alterare questo equilibrio. E' fondamentale imparare a gestire le risorse, per es. il riciclo è uno strumento di reciprocità nei confronti della nostra casa. La cura piuttosto che lo sfruttamento incondizionato dell'orto è condizione imprescindibile per costituire un sistema semi-conservativo - e quindi soggetto comunque a modificazioni - ma non c'è bisogno di andare a scomodare Latouche: basta trovare il giusto modo per fare le cose.

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  7. Mi fa piacere essere in sintonia con altre persone.
    Mi sembra che Marco abbia una preparazione di molto superiore alla mia che al momento si è spostata più sull'aspetto sociologico della questione. Come giustamente dice ci vorrebbero studi universitari approfonditi.
    Ma a mio parere e come dice anche Eugenio Benetazzo, che io considero un grande economista anche se non accademico, al di là delle teorie economiche va capita la mentalità mondiale con cui abbiamo a che fare e ancora di più se si riescono ad individuare i movimenti dei grandi gruppi di potere.
    Si comprendono ad esempio i cinesi non con le teorie economiche ma capendo la loro storia e per capirla a volte è sufficiente vedere un buon film. Ho compreso molto della mentalità cinese guardando il film "La battaglia dei tre regni".
    Io sono un fautore del concetto che brutalmente tutto si riduce ai soldi. Dalla politica industriale della FIAT alla champions league. Ma sono anche del parere che solo le elite finanziarie, che però muovono per loro tornaconto, esclusivo tornaconto, il mondo applicano all'estremo questo concetto.
    Noi poveri mortali, chi più chi meno, ragioniamo ancora per fede e ideologie senza capire che ragionando in tal modo diventiamo preda del mercato.
    Il mercato ha certamente una mano invisibile, ma ha anche padroni invisibili. Guarda quello che sta succedendo adesso con lo yen. Ieri ha perso, rispetto all'euro se non vado errato circa il 3%. Sai cosa significa per chi opera sul FOREX con leve che a volte sono del 100%? Significa una batosta mostruosa se sei dalla parte sbagliata e cioè se sei Lungo di Yen su Euro, significa invece un guadagno mostruoso se sei dall'altra parte.
    A questo punto chi muove i mercati e sta dalla parte giusta sempre o quasi?
    E ancora un'altra domanda, forse più importante, come difendersi?
    Secondo me la storia si ripete sempre, in maniera leggermente diversa ma si ripete, il nostro problema è che non abbiamo memoria per ricordare cosa è successo.
    Ribadisco, se il mondo si muovesse come previsto o anche parzialmente previsto dalle teorie economiche, allora basterebbe un computer ben programmato per evitare tutte le crisi attuali e future.
    Ma così non è.
    Il problema è che le varie teorie economiche spiegano i fatti dopo che sono avvenuti: grazie siamo tutti bravi a fare così. Il nocciolo è cercare di capire dove ci portano i fatti quotidianamente e per fare questo è necessaria la memoria e lo studio costante della realtà.
    (continua)

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  8. (continua)
    Sono in sintonia con un pensatore inglese, mi sembra di averlo già richiamato, che si chiama David Icke. E' un tipo strano, ma mi sembra che sia uno dei pochi ad aver capito qual è la chiave dell'interpretazione dei fatti. Il percorso: problema (si crea il problema volutamente), reazione (la popolazione mondiale chiede a gran voce la soluzione del problema che essendo posto dal solutore ha per forza una soluzione principale che la maggior parte delle persone condivide), soluzione (già pianificata).
    Per rendere più chiaro il concetto.
    Ritorniamo all'11/09/2001, pochi minuti prima dello schianto del primo aereo un colosso economico nella sua newsletter diceva pressappoco così: "la crisi è grave e non se ne esce se non con un atto di guerra........."
    Ora qual è la risposta alla crisi corrente? Un governo mondiale dell'economia, una nuova Bretton Woods, un nuovo ordine mondiale, ecc. ecc. Vai su internet e fai una ricerca non a partire da queste parole, ma a partire dalle allocuzioni dei responsabili dei centri di potere e guarda cosa dicono.
    Quello che muove il mondo sono i soldi e chi li ha ne vuole fare sempre di più.
    Molto prosaicamente gli uomini sono attratti dalle donne e dagli ideali, fatalmente sono proprio le cose che il potere ci sta togliendo. Perchè? "è molto più facile dominare chi non crede in niente" (M. Ende - La storia infinita) e io aggiungo è facile dominare chi ha fame se tu hai da dargli da mangiare. Fatti fuori gli ideali in quanto il primo bisogno in assoluto è la sopravvivenza, basta sostituirli con altri bisogni e abbassare la piramide di Maslow e allora il gioco è fatto.
    L'uomo ha impiegato millenni per salire la piramide dei bisogni. Oggi siamo tornati ai gradini più bassi e cioè: il mangiare, il vestirsi e l'abitare (riconducibili alla crisi attuale), la sicurezza (vedi tutta la questione dei Rom e altro), cioè la sopravvivenza (il signore feudatario proprietario del castello dove rifugiarti se attaccato).
    Panem et circenses, dicevano i romani ....... oggi, fatte le dovute proporzioni e i dovuti assestamenti la questione mi sembra uguale, anzi mi sembra uguale la strategia.
    Qualche anno fa lessi in un libro di diritto costituzionale alcune righe che dicevano pressappoco così: occorre abbassare il livello spirituale della popolazione per consentire agli uomini forti di prendere il potere e questo lo si può fare in tanti modi, ad esempio con la televisione.
    In fin dei conti lo diceva anche Padre Pio quando gli fecero vedere la televisione. Lui disse che era una bella invenzione ma aggiunse vedrete l'uso che ne faranno....... profetico.

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  9. Fabrizio Mittiga21 settembre 2010 23:32

    Molto interessante l’analisi sociologica ed economica di Roberto. Purtroppo è vero gli economisti, nella quasi totalità, spiegano i fatti solo dopo che sono accaduti: guardate le previsioni fornite dal Fondo Monetario, l’Ocse, l’Unione Europea, ecc., per non parlare di quelle di casa nostra. Si limitano a sfornare percentuali di variazione del PIL, e a rettificarle con periodicità costante non appena vengono smentite dai fatti.
    Come sono vere, purtroppo, la compressione verso i bisogni primari di sopravvivenza e la progressiva mancanza di ideali: é il “panem et circenses” dei romani, solo che adesso ci sono molti “circenses” (pensiamo al football che ci viene propinato ormai quasi quotidianamente) e poco “panem”!
    Tutto questo mi porta a ricalcare il discorso sulla felicità, svolto egregiamente da Carlo, nella nostra società “atomizzata” dove i beni relazionali e la gratuità divengono concetti e azioni, anche economiche, sempre più importanti.
    Mi fa piacere che Marco consideri scarsità e tecnologia come fenomeni inscindibili, ma non è così per il pensiero economico ortodosso (neoclassico-marginalista e monetarista), quale ancora si insegna nelle università: uno tra i suoi “punti fermi”, scientificamente poco difendibile, è proprio la scarsità dei fattori come elemento di determinazione dei prezzi, distinto dalla tecnologia e dai gusti dei consumatori che sono le altre determinanti.
    E, indipendentemente dalla tecnologia, non necessariamente i rendimenti in natura sono decrescenti: la foresta amazzonica che si autoriproduce ne è un esempio. Introduciamo un po’ di ottimismo nelle nostre visioni, tanto oscurate dai problemi e dalle cattive notizie della televisione, come il sole in una giornata della Pechino attuale! Tutto dipende dall’azione dell’uomo, se risulta rispettosa o meno degli equilibri naturali, se ha cura, come dice Michele, e sa trovare il giusto modo.

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  10. Roberto Carlini6 ottobre 2010 00:46

    Scusa vorrei capire meglio il concetto "non necessariamente i rendimenti in natura sono decrescenti: la foresta amazzonica che si autoriproduce ne è un esempio". Vero è che la tecnologia, la scienza e il lavoro possono spostare il punto in cui si verifica il break even, cioè il punto in cui i rendimenti cominciano a diventare decrescenti. Mi sembra che la foresta amazzonica che si autoriproduce non possa essere considerata un esempio anche perchè parliamo di una rigenerazione di una ferita inferta in maniera, consentimelo, assurda, dall'uomo. Se vuoi possiamo fare un paragone con un corpo umano cui qualcuno ha dato una pugnalata non letale. Non credo che il processo di guarigione crei benessere al corpo che anzi viene sottoposto ad uno stress notevole in un periodo che appunto si chiama di convalescenza. Forse, anzi sicuramente, non ho capito il paragone e sicuramente non ho ben chiaro il concetto di rendimenti crescenti e decrescenti, ma mi sembra, ancora una volta, necessario pensare in maniera diversa. Vero è che dato un certo bene che ha un rendimento x posso aumentarne il rendimento in maniera più che proporzionale all'impiego dei fattori, ma non posso assolutamente farlo all'infinito e soprattutto va chiarito il costo reale dell'operazione. Per costo reale intendo anche quello che si chiama costo opportunità cui va aggiunto quello che sembra non interessi a nessuno (infatti l'incidenza tumorale sta aumentando in tutto il mondo, così come la spesa sanitaria per malattie mai esistite prima o che erano esclusivo appannaggio di alcune classi sociali) e cioè i costi ambientali e sociali. Ritorniamo all'esempio della foresta amazzonica che si autoriproduce. Va bene gli alberi ricrescono, ma quanto tempo occorrerà perché arrivino a produrre le stesse quantità di ossigeno che producevano prima?, quanto tempo occorrerà prima che la temperatura dell'area e il relativo clima ritornino ai livelli precedenti lo stress?, ecc. ecc.
    Vorrei concludere con un esempio a mia volta per fare capire, credo e spero, meglio il mio pensiero. esiste un limite alla produttività di qualsiasi cosa ed il limite è dato dalla natura della cosa stessa, non si può far suonare un quartetto di Bach a tre archi quando Bach ne aveva previsti quattro.

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  11. Giuseppe Amari6 ottobre 2010 01:27

    Osservazioni rapsodiche per il dibattito su Sylos.

    Cari amici non ho letto il contributo di Roncaglia, mentre ho letto almeno una parte del dibattito da questo indotto.
    Questo dibattito tratta ovviamente di tutti i problemi cruciali del nostro tempo.
    Per le mie osservazioni comincerò ricordando che Sylos, come altri nostri grandi economisti come Caffè, Momigliano, Steve, Vicarelli, Tarantelli, coltivava una concezione della disciplina economica come economia civile. Preciso che io intendo con questo parlare di una concezione dell’economia, ben differente dall’”economics”, che si esercita all’interno dei diritti e dei doveri così come maturati ad un determinato stadio della civiltà umana. Diritti e doveri generalmente sanciti dalle carte costituzionali e da quelle dei diritti umani nelle varie articolazioni. Non solo si esercita ma è impegnata a consolidare e a determinare le condizioni economiche per la loro espansione.
    Inoltre la posizione sociologica di quegli economisti è quella che si pone come consigliere del cittadino e non del principe. È la stessa posizione assunta – se si vuole – dagli economisti classici – a differenza ad esempio dai cameralisti e dai mercantilisti - a cominciare da Smith e da Ricardo e, in un certo senso, anche da Marx.
    L’ “economics” ha adottato l’antropologia dell’ “homo oeconomicus” con la sua massimizzazione dell’interesse personale visto uti singuli a prescindere dagli altri e quindi cadendo nell’egoismo e nell’egotismo, distaccandosi chiaramente dall’insegnamento di Smith come ha sempre messo in rilievo Sylos (e Roncaglia). Smith, infatti parlava di interesse personale includendo in esso anche la “simpatia” reciproca ed inserendo la sua “Indagine sulla ricchezza della nazioni”, in una trilogia che comprendeva anche un trattato giuridico ed uno morale.
    Il tentativo poi di dimostrare, partendo da quell’antropologia, che si potesse raggiungere il benessere collettivo (teoremi di Arrow/Debreu) è naufragato anche a livello della maggiore astrazione sia sul piano microeconomico che su quello macroeconomico. L’”economics” ha inoltre adottato un atteggiamento imperialistico tale da invadere i campi del diritto (“Economia del diritto) e della morale (Economia dei rapporti familiari e dei divorzi, della giustizia ecc. Cfr. Gary Becker ), espungendo anche la sociologia e la politica. Naturalmente si capisce perché, così facendo, ha perso anche consistenza epistemologica per non parlare di quella previsiva e predittiva, affidandosi alla mano provvidenziale del mercato.
    Il quale come ben sapeva Sylos – e sempre di più dopo di lui – è dominato da mani visibili e sempre più forti; più forti delle nazioni con tutti i problemi di democrazia. Ci sono poi anche le mani meno visibili come quelle criminali.
    Come disse una volta Caffè il mercato è tanto equo come lo può essere una democrazia in cui alcuni hanno un solo voto da esprimere ed altri molti voti. Si riferiva ovviamente alle inique distribuzioni dei redditi e della ricchezza. Di qui, come chiedeva anche Keynes, la necessità di interventi incisivi dell’azione pubblica. Ma per far questo occorre rimettere in onore la politica nel senso più nobile della parola sottraendola dal condizionamento degli interessi costituiti di cui parlavo prima.
    E quindi la necessità di ridemocratizzare la società nazionale ed internazionale a cominciare dagli istituti internazionali.
    Abbiamo quindi bisogno di una nuova antropologia e i nuove teorie non solo economiche ma anche sociologiche e politiche.
    (continua)

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  12. Giuseppe Amari6 ottobre 2010 01:28

    (continua)
    Per venire solo alla prima – per brevità – occorre superare l’antropologia dell’ “homo oeconomics”. Superare nel senso di complicare. Voglio dire che bisogna essere realistici e cioè considerare e fare affidamento nell’interesse personale, ma nel senso smithiano, cioè nel considerare anche altre motivazioni pur presenti nell’uomo che rimane un animale sociale. Naturalmente tutto quello che si muove sul piano più nobile dell’altruismo e del dono è altamente meritorio ed anche necessario. A cominciare dalle politiche educative delle nuove generazioni.
    Sul piano del sistema economico generale significa che ci deve essere spazio – in una società aperta e pluralista – per unità produttive e di servizio che perseguono la massimizzazione del profitto (purché non contrastino con l’interesse generale), altri un moderato profitto, altre che non pongono il profitto come loro obiettivo ma solo l’equilibrio gestionale, altre al dono e al puro volontariato. Così come per unità produttive di varia dimensione. Si può discutere se – come penso – ci siano imprese di dimensioni eccessive, ma credo che dimensioni grandi ed un certo grado di oligopolio - almeno a questo stadio della tecnologia - sia inevitabile anche per le considerazioni di Sylos. Si tratta di sottoporle a controllo democratico e di inserire, anche proporzionalmente alle dimensioni, forme di governance che controllino e bilancino il potere dei management.
    Su problema della crescita, decrescita o a-crescita la risposta progressiva – a mio avviso – è solo quella della crescita sostenibile in un processo di sviluppo sempre più equo nella distribuzione dei beni e servigi tra la popolazione mondiale. E la strada è quella del massimo impegno sul piano della ricerca e della innovazione e delle riconversioni produttive che risparmino le risorse naturali.
    A questo proposito riprendo i due concetti essenziali di Sylos: l’effetto Smith e l’effetto Ricardo. Il primo attiene all’allargamento del mercato con espansione della domanda; il secondo è quello collegato all’aumento dei salari che incentiva l’innovazione schumpeteriana, soprattutto per sistemi labour saving.
    Ma la globalizzazione ha effetti ambigui. Mentre allarga i mercati ed aumenta la domanda (effetto Smith), la possibilità di delocalizzare depotenzia molto l’effetto Ricardo. Penso che sia il caso dell’occidente e in particolare dell’Italia.
    La disoccupazione e la precarizzazione ecc. del mondo del lavoro occidentale ed europeo sta creando gravi problemi a cominciare dall’insorgenza di movimenti xenofobi e della preoccupante vittoria di partiti di destra neofascista.
    Se non si vuole cadere in politiche isolazioniste e fortemente protezioniste occorre che si recuperi una politica di collaborazione internazionale in cui i processi di divisione del lavoro e di ripartizione dei benefici dello sviluppo e del commercio internazionale vengano gradualmente e consensualmente ripartiti nella difesa dei diritti e delle condizioni delle creature viventi.
    Andrebbe fatta un’altra riflessione. Senza cadere in visioni profetiche o deterministiche si tratta di considerare se il mercato capitalistico e cioè quello orientato alla massimizzazione del profitto sia oggi in grado di garantire la piena o almeno un soddisfacente grado di occupazione stabile e “decente”, seppure con incisivi interventi pubblici. Se non fosse così – come io credo – si aumentano gli spazi per le forme associative non di mercato capitalistico e non di mercato tout court.
    Assume qui in pieno il significato del lavoro come realizzazione delle proprie “capacità” nella relazione con gli altri, prima che di acquisizione di un guadagno economico.

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  13. Fabrizio Mittiga6 ottobre 2010 01:44

    In generale i rendimenti di scala sono costanti per un certo campo di variazione delle risorse utilizzate: dopo possono divenire variabili (se si cambia tecnologia) o ancora costanti se si investe nella medesima tecnica produttiva (in assenza di progresso tecnologico). Questo perché la concorrenza spinge ad adottare la tecnologia migliore tra quelle esistenti, e non c’è quindi ragione di deviare da quella che è ritenuta la migliore combinazione delle risorse. Se, nel processo di sviluppo, non si trovano più le risorse necessarie, si cambia tecnologia e il problema dei rendimenti si porrà a partire da quella tecnologia.
    Dal punto di vista dell'uomo, la natura ha sempre rendimenti crescenti, altrimenti l’uomo non ne trarrebbe le materie prime, ecc, da immettere nel processo di creazione del valore. Dal punto di vista della natura stessa potremmo invece dire che la natura ha sempre rendimenti costanti, se è vero che "nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma".
    Ora, dato il dissennato utilizzo delle risorse naturali che l'uomo ha fatto per secoli, dobbiamo necessariamente fare investimenti per ripristinare l'equilibrio ecologico e ricostituire materie prime altrimenti non rinnovabili: questo ha un costo e i rendimenti quindi divengono decrescenti. Ma le economie esterne che ne conseguono in termini di benefici per la collettività, se correttamente valutate, possono far ritornare il conto economico generale in attivo.
    Tornando all'esempio della foresta amazzonica, è ovvio che prima fermiamo il processo della sua distruzione e meglio è: qui si entra nel difficile problema degli interessi delle multinazionali e quindi di come fronteggiare i poteri oligopolistici deleteri. Ma ricordiamoci che nel frattempo, seppur lentamente, la natura fa la sua parte ridando qualche pezzo di foresta per l'ossigeno del pianeta e quindi per la nostra vita.
    Il direttore d'orchestra e compositore G. Mahler osò strumentare la nona sinfonia di Beethoven in maniera totalmente diversa da quella prevista dall'autore stesso che, come noto, la compose e diresse personalmente essendo completamente sordo. Mahler la diresse anche.., purtroppo non l'ho mai ascoltata (e non so neanche se esiste in commercio), ma dovrebbe essere molto bella perché Mahler era un ottimo strumentista e ammirava moltissimo Beethoven. Con Bach, in effetti, non mi avventurerei a cambiare le sue strumentazioni...

    Ho trovato stimolanti le “osservazioni rapsodiche” di Giuseppe, soprattutto quando sostiene il bisogno storico di una nuova antropologia. Giuseppe riprende l’esempio di Smith che nella sua “Teoria dei sentimenti morali” aveva presentato diverse motivazioni dell’azione umana (ad esempio la simpatia) e non solo quella del tornaconto egoistico sviluppata poi nella teoria della “mano invisibile” che sarà al centro della sua “Ricchezza delle Nazioni”.
    In realtà ciò che va valorizzata è la capacità di amore gratuito che è insita in ciascun essere umano, ma che purtroppo è molto compressa dai vari condizionamenti. Si svela nell’aiuto disinteressato che si mette in moto nelle catastrofi, nel dare una risposta a chi ti chiede un’indicazione stradale, ecc. e naturalmente nelle azioni caritatevoli e del volontariato. E perché non anche in economia? Rispondere affermativamente a questa domanda significa scoprire il mondo dell’”economia civile”, nella quale la capacità di amore incondizionato, l’agire gratuito non sono in contraddizione con il “tornaconto egoistico”, ma ne sono semplicemente uno sviluppo. Così, in questo contesto, il profitto va sì perseguito, ma diviene più uno strumento che un obiettivo. Il discorso, nell’ epoca della rivoluzione postindustriale che stiamo attraversando, andrebbe allargato alle sfere della sociologia e della politica, come sostenuto da Giuseppe: senza dimenticare la base economica, invito caldamente i giovani ad intraprendere questa strada di ricerca.

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