domenica 12 dicembre 2010

Premesse a una critica della teoria economica
Intervista a Fabrizio Mittiga su Piero Sraffa

a cura di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Per continuare la riflessione sul contributo del pensiero economico italiano e per superare un certo studio e insegnamento dell’economia spesso unilaterale e formalistico, dedichiamo questa riflessione all’economista Piero Sraffa. Abbiamo intervistato Fabrizio Mittiga, consulente economico aziendale, laureatosi all‘Università di Roma nel 1978 con una tesi di laurea in economia politica, il cui relatore è stato l‘esecutore testamentario di P. Sraffa. Nel 2006 ha anche ottenuto un Dottorato in Scienze Economiche presso l’Università di Nizza in Francia.
L’autore trattato è, come detto, Piero Sraffa (1898-1983) laureatosi con Luigi Einaudi nel 1920 preparando una tesi su “L’inflazione monetaria in Italia e dopo la guerra”. Divenuto professore a Perugia nel 1923, vince una cattedra a Cagliari nel 1926. In pieno regime fascista, si trasferisce nel 1927 a Cambridge in Inghilterra su invito di Keynes. Inizialmente si occupa di problemi monetari e bancari (The Bank Crisis in Italy, 1922) per sviluppare poi una critica alla teoria marshalliana nell’impresa e dell’industria (“Sulle relazioni tra costo e quantità prodotta”, 1925) e avviando il filone di ricerca sulle forme di mercato, in particolare sulla concorrenza imperfetta (“La legge dei rendimenti in regime di concorrenza”, 1926).
All’inizio degli anni Trenta ha intrapreso un vasto lavoro di ricerca diretto a riproporre l’impostazione degli economisti classici. Ha curato l’edizione critica delle opere di David Ricardo (1951-55). La sua opera “Produzione di merci a mezzo di merci” (1960) ha aperto un ampio dibattito nell’ambito della teoria economica rappresentando una radicale critica alla teoria neoclassica (marginalismo) dominante, in particolare per quanto riguarda i problemi concernenti il valore e la distribuzione del reddito.

Clicca qui per scaricare l'intervista completa

Grazie al contributo di Giuseppe Amari, che ringraziamo, pubblichiamo qui sotto l'articolo che Federico Caffè scrisse alla morte di Piero Sraffa su "Il Manifesto" del 7 settembre 1983.

2 commenti:

  1. Giuseppe Amari4 gennaio 2011 18:35

    Caro Carlo, vedo che sei scatenato nella tua attività e con una crescita di conoscenza anche in termini di analisi economica che ormai mi distanzia sempre di più.
    Mi riferisco in questo caso alla bella ed impegnativa (almeno per me) intervista su Sraffa. Un economista che ha fatto versare fiumi di inchiostro negli anni sessanta/settanta, con molti malintesi e strumentalizzazioni, per cadere poi nell’oblio certo ingiustificatamente, ma comprensibilmente qualora si consideri il galoppante neoliberismo degli ultimi decenni. Che non abbia avuto il giusto riconoscimento lo riconobbe anche Samuelson quando affermò che sarebbe bastata il monumentale lavoro, filologicamente esemplare, sull’opera di Sraffa a fargli meritare il premio Nobel. Come ha ragione Fabrizio Mittiga nel rilevare che la sua critica alle curve crescenti dei costi (produttività decrescente) non è recepita adeguatamente nei libri di testo. Analoga critica mossa da sempre da Sylos Labini. Più controversa da sempre è stata l'interpretazione degli schemi di produzione di merci a mezzo merci. Sia nei confronti della teoria marginalistica che in quella marxista. Non ho il tempo, né la competenza per riassumere, né adeguatamente commentare questi aspetti. Alcuni dei principali interlocutori sono stati come è noto lo stesso Sylos, Frank Hahn, Mark Blaug, Alessandro Roncaglia, Piero Garegnani, Sergio Ricossa, Claudio Napoleoni, e molti altri. Ha contribuito a ciò lo stesso Sraffa nel sottotitolo ermetico di “Premessa alla critica della teoria economica” e rifiutandosi in seguito di avallare le diverse interpretazioni e di entrare nel merito delle numerose polemiche suscitate dall’opera. Come è noto in un classico volume di storia economica dell’ultimo Trattato di economia italiana (edito dalla Utet), Roncaglia individua tre scuole che fanno riferimento all’opera di Sraffa. Quella smithiana i cui primi esponenti sono Sylos e lui stesso, quella ricardiana a cui fa capo Pasinetti e quella marxista a cui fa capo l’esecutore testamentario scientifico Piero Garegnani. Come è noto, Napoleoni contestò che Sraffa avesse risolto il problema della trasformazione dei valori in prezzi, lasciato irresoluto da Marx. Senza dunque entrare in molti degli aspetti analitici trattati da Mittiga (a cui ripeto mi sento inadeguato) vorrei segnalarne uno che mi sembra il più debole. Quello che dinamizza il modello verso una futura convergenza di equilibrio accostandolo ai modelli di Newman. Penso che sia logicamente e filologicamente sbagliato. Perché questi ultimi modelli sono chiusi e chiusi proprio dall’impostazione marginalista. Voglio dire che prezzi, quantità e quote distributive sono tutte determinate endogeneamente (quelle distributive dalle produttività marginali), cioè all’interno del modello stesso, e che poi si sviluppa in modo equiproporzionale. La caratteristica e il pregio del modello sraffiano è invece quello di essere aperto (oltre che istantaneo come reclama sempre con forza Roncaglia).
    (continua)

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  2. Giuseppe Amari4 gennaio 2011 18:35

    (segue)
    Non è vero inoltre del tutto (a mio avviso) che Sraffa non dia indicazioni di politica economica; o meglio anche in questo getta una premessa che dette poi luogo a qualche malinteso in campo sindacale (di cui Sraffa è ovviamente del tutto innocente). Come è noto il modello pluriequazionale concede due gradi di libertà. Uno viene utilizzato dando valore 1 ad una merce assegnandole la funzione di moneta (di conto); l’altro viene utilizzato assegnando esogeneamente un valore (percentuale) ad una quota distributiva (il saggio di profitto o il saggio di salario). Quindi, date le condizioni tecnologiche, una volta assegnata una quota distributiva, tutti i prezzi (relativi) e l’altra quota distributiva vengono automaticamente determinati. Sraffa avrebbe potuto scegliere esogeneamente un prezzo di un bene qualsiasi, ma sceglie una quota distributiva. E’ la scelta (è questa la premessa di cui dicevo) di una concezione distributiva (e di inflazione) di carattere conflittuale. Il malinteso sindacale fu quello di desumere che il salario (o il profitto) potesse considerarsi una variabile indipendente, confondendo un grado di libertà matematica con una di carattere socioeconomico. Mi ricordo ancora un’obiezione di Sylos a Polo Leon nel corso di un seminario. Gli contestò cioè che con le variabili distributive si potesse giocare a piacimento senza dover fare i conti con le reazioni sociali e i rapporti internazionali.
    Federico Caffè, in un bel necrologico di Sraffa (che ti allego), mette in evidenza la logica del modello e ne valorizza quello che a lui sembra l’insegnamento principale: che è la distribuzione a doversi giudicare giusta o sbagliata e non i prezzi che discendono da quella scelta, date le condizioni tecniche. Per quello che vale il mio parere, sarà soprattutto Pasinetti a dare lo sviluppo più interessante allo schema di Sraffa con la sua analisi della “dinamica strutturale”. E cioè con la crescita differenziata dei vari settori economici secondo una dinamica indotta dalla domanda indirizzata sempre di più verso consumi meno essenziali (legge di Engels) e dalle innovazioni tecnologiche. Una dinamica che richiede una gestione della domanda e dell’intervento pubblico sempre più necessari per la garanzia della piena occupazione. Ma, a parte quelle tendenze generali, anche il modello di Pasinetti rimane aperto e con il suo teorema della “separazione” (tra la parte delle relazioni e dei vincoli matematici e quella delle istituzioni), lascia aperto il campo alla ingegneria istituzionale e alla politica.
    Pino Amari

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