lunedì 13 dicembre 2010

Riflessione su economia civile e Occidente

a cura di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Se il capitalismo viene fatto coincidere con l'Occidente si viene a creare un sistema chiuso di pensiero e azione le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, a partire dall'approccio individualistico. Per questo va recuperata la tradizione dell'economia civile nel ripensare una nuova economia sociale di mercato che riconosca le persona nelle sue relazioni. Nella prospettiva economica, che ha assunto la caratteristica di esser paradigmatica dell'uomo contemporaneo, si rende oggi più che mai necessario accogliere oltre al principio di efficienza e di equità, anche quello di reciprocità, fondativo e unitivo degli altri due e della possibilità stessa della convivenza. È in questa stessa pluralità delle forme istituzionali dell'intraprendere che si genera un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo.
Col termine Economia Civile, Antonio Genovesi volle caratterizzare proprio questa nuova scienza economica considerandola non solo come uno strumento per favorire l'incremento della ricchezza materiale in linea con la tradizione mercantilistica. Andava oltre i presupposti di Smith per cui le relazioni impersonali e mutuamente indifferenti stavano alla base di considerazioni di utilità individuale e collettiva. Pur “consumando”, presupponendo e auspicando il ruolo essenziale della fiducia e del dono da allora la scienza economica li ha relegati ad ambito separato, a filantropia o assistenzialismo, senza preoccuparsi della necessaria rigenerazione. Ma per far questo serve una reciprocità non strumentale come leva per realizzare la "pubblica felicità" e fondare la riforma delle istituzioni politiche e sociali, creando le condizioni per diventare anche un luogo dove far crescere la fraternità e la gratuità, ossia un luogo di umanizzazione e di civilizzazione.

Con commento di Giuseppe Amari, Attilio Pasetto, Enzo Mataloni, Roberto Carlini e risposta di Carlo Pantaleo.

6 commenti:

  1. Giuseppe Amari3 gennaio 2011 17:20

    Ho letto il tuo scritto. E’ molto denso e per quanto ne sia capace, considerando la vastità e complessità dei temi, mi sento di condividerlo nel complesso. Anche perché è palese l’influenza del pensiero dell’amico Stefano Zamagni. Capitalismo e mercato certo non coincidono e lo stesso capitalismo è cosa complessa e mutevole tanto che Keynes preferiva parlare del “sistema in cui viviamo”. Ma è un sistema in cui economia di mercato capitalistico (max profitto), non capitalistico, e settori quasi-mercato, non di mercato privato e pubblico coesistono seppure con diverse dimensioni, mutevoli anch’essi nel tempo. Per quello che vale ho maturato una concezione dell’economia civile come quell’economia che collabora a mantenere le condizioni di civiltà raggiunte in un determinato periodo storico ed anzi lavora per migliorarle. A questo fine occorre rifiutare ogni forma di trade off non solo tra efficienza ed equità ma anche tra la fraternità. In fondo – anche su insegnamento di Caffè – ho capito che è il fondamento della nostra Costituzione. La separazione di quei valori non a caso è alla base della decostituzionalizzazione in atto (Rodotà) della nostra società e dei nostri mali presenti. Sono d’accordo che le teorizzazioni circa i sistemi economici arrivano sempre molto dopo il loro sorgere. E’ avvenuto con il capitalismo dopo quello feudale e così avverrà per il capitalismo se e quando si potrà teorizzare di un sistema alternativo realizzato. Non c’è dubbio che la sua capacità di sopravvivenza (ad esempio ai modelli comunisti) e le sue profonde trasformazioni, che hanno coinciso con una crescita di ricchezza mai vista, ancorché grandemente sperequata, anche grazie all’utilizzo del progresso scientifico, è dovuta alla coesistente espansione dei gradi di libertà garantiti dalle istituzioni liberaldemocratiche e dalle lotte per l’emancipazione in primo luogo dei sindacati e dei partiti progressisti. Negli ultimi due decenni quel processo di democratizzazione con la ripresa del neoliberismo rampante si è fermato ed anzi invertito. Aumento delle sperequazioni di reddito e di ricchezza, aumento della disoccupazione e della sua precarizzazione, regresso democratico sono processi congiunti e che congiuntamente devono essere combattuti da politiche economiche e sociali adeguate sul piano interno ed internazionale. Presupposti a queste sono senza dubbio il ritorno della preminenza e dell’autonomia dell’etica e della politica sui centri economici e finanziari.
    Pino Amari.

    RispondiElimina
  2. Attilio Pasetto4 gennaio 2011 17:47

    Caro Pantaleo,
    anch’io ho letto il tuo scritto con grande interesse, anche perché sono argomenti che seguo da qualche tempo. Dopo aver letto il commento dell’amico Pino Amari, che condivido, non ho quasi niente da aggiungere, se non sottolineare che la prospettiva del bene comune, cui conduce l’umanesimo civile, per avere successo dovrebbe trovare molti più proseliti. In questo senso, oltre ai credenti che si riconoscono nella Caritas in Veritate, bisognerebbe approfondire meglio quella parte del pensiero liberale, da John Rawls ad Amartya Sen, che ha segnato un totale cambio di prospettiva rispetto all’utilitarismo à la Bentham. E’ possibile trovare una convergenza tra il pensiero liberale più avanzato e la dottrina sociale della Chiesa in una prospettiva di bene comune? Questa è la domanda che mi pongo e che sottopongo all’attenzione di chi sia interessato a questi temi.
    Un caro saluto e buon 2011!

    RispondiElimina
  3. Ciao Carlo.
    Innanzitutto buon inizio di 2011.
    Brevissimamente un mio semplice commento rispetto al contenuto del tuo testo.
    Io credo che per contrastare l’approccio individualistico bisogna lavorare su più fronti: se tra questi è per noi quasi-impossibile contrastare i mass-media molto più possiamo fare sul tema dell’educazione, uno dei fronti che personalmente ritengo strategici.
    Per questo sia come Figli del Mondo che come scelta personale abbiamo investito e stiamo investendo molto sull’organizzazione di incontri nelle Scuole, non tanto solo per effettuare incontri e seminari ma soprattutto per coinvolgerle in un percorso tanto più interessante quanto più tali temi appassionino i docenti come attori attivi di tale percorso.
    Altro fronte è quello Politico ma non mi addentrerò troppo.
    Per affrontare questa sfida bisogna aiutare la società e, appunto, le nuove generazioni in primis mostrando loro una nuova possibilità, facendoli entusiasmare rispetto all’avventura che ognuno di noi può vivere affrontando un modo nuovo e diverso di vivere.
    La gente ha bisogno di entusiasmarsi, ha bisogno di novità ma, soprattutto, di essere attori di modo bello di vivere: non sarà facile contrastare il “Marketing dell’economia individualista” ma noi possiamo almeno provarci, in primis con i nostri comportamenti quotidiani.
    Non basta infatti parlarne, non può bastare: ciò che ci circonda è troppo forte e non lo si contrasta certamente con qualche incontro sporadico ogni tanto. Solo un continuo e incessante esempio concreto può aiutare chi ci sta attorno a spostarsi sulla nostra strada: solo investendo nel “lungo periodo” si potrà ottenere un cambiamento radicale di una società che, da anni, è stata oggetto di un martellamento mediatico e di costume che ci ha portato oggi fin qui.
    Il Capitalismo è dentro di noi ed è il frutto di un lavoro certosino di anni: non si può cambiare tutto questo con un semplice “colpo di spugna” ma certamente si può iniziare, da subito, a lavorare quotidianamente con pazienza perché il domani sia migliore dell’oggi. Per orientare il mercato al bene comune non basta parlarne ma spingere, quotidianamente, tutti gli attori (anche Politici) a cambiare le scelte e gli strumenti che quotidianamente oggi fanno vincere questa forma egoistica di Economia.
    Per ora un saluto e…..spero a presto!!!

    RispondiElimina
  4. Giuseppe Amari5 gennaio 2011 13:03

    Pasetto pone un tema interessante con il quale mi voglio brevemente cimentare, ma solo per fornire qualche spunto di ricerca.
    Innanzitutto partirei dalla critica che i teorici delle "capacità" (capabilities), a cominciare dalla filosofa americana Nussbaum, hanno mosso al contrattualismo di Rawls. Questo presuppone che ci sia simmetria di potere e capacità tra i diversi contraenti; una condizione che generalmente non si trova nella società e la battaglia contro questa asimmetria è proprio il compito delle forze culturali, politiche, sociali progressiste. Questa simmetria si presenta nel campo culturale, politico, economico ecc. Le ragioni e il programma del liberalsocialismo di Guido Calogero ed altri era (è) la risposta a questa condizione: rimuovere gli ostacoli innanzitutto sociali (ma non solo) alla libera espressione delle proprie "capacità". Lo stesso Sen (vedovo di una figlia di Eugenio Colorni) riconobbe le radici italiane e di quel pensiero della sua filosofia delle capabilities. Per chi volesse approfondire ho cercato di trattare più a fondo il problema del rapporto tra liberalismo e socialismo in un saggio che mette a confronto il pensiero di Caffè con quello di Einaudi e cercando di dimostrare che non si tratta di quell'ircocervo di cui parlava Croce (si trova nel lavoro collettaneo: "Luigi Einaudi, governatore,studioso, statista", a cura di Nicola Acocella, Carocci editore, Roma, 2010). Ora l'accento sulla relazionalità e sul dono che arricchiscono chi li pratica, valorizzati nella recente Enciclica vs l'homo oeconomicus, si inserisce naturaliter in questo discorso. Ma c'è un insegnamento ancora più sottile, ed è quello appunto che riguarda l'aiuto al bisognoso (lo siamo tutti anche se diversamente) che non deve confondersi con la filantropia (che non va certo disprezzata) ma che si commisura all'altro non in modo paternalistico ma in modo tale che nell'arricchire chi lo fornisce non mortifica chi lo riceve e soprattutto non lo deresponsabilizza. Questo ragionamento a livello etico individuale si può estendere a livello politico e sociale per quanto attiene agli interventi pubblici che non devono mai superare quel "punto critico" segnalato da Luigi Einaudi che deresponsabilizza i riceventi, ma li aiuta a esercitare i propri diritti e i propri doveri, e quindi evita l' "assistenzialismo". Un punto critico che ovviamente varia di tempo in tempo di luogo in luogo e la cui valutazione è rimessa all'apprezzamento di un consapevole politica.
    Un caro saluto a tutti. Sulle interessanti considerazioni dell'altro interlocutore mi limito a ricordare la conclusione del corso di lezioni di Politica economica di Caffè (vedi il documentario allegato ai due volumi antologici da me curati). Invitava i suoi studenti ad utilizzare quello che avevano studiato per evitare i luoghi comuni, le frasi fatte, le cose che sembrano vere perché ripetute spesso con arroganza, gli interessati moderati conformismi. E tra le tante prediche il consiglio di cominciare con una autocritica prima di fare la critica agli altri.
    Pino Amari

    RispondiElimina
  5. Roberto Carlini5 gennaio 2011 15:59

    Sono sinceramente affascinato dall'erudizione degli interlocutori. Mi sembra di essere all'Università alla facoltà di filosofia e contemporaneamente a quella di economia.... ma sono anche perplesso.
    Come sai sono abituato ad essere franco, anche se la cosa non piace molto e spesso mi attira antipatie e ancora una volta voglio esserlo, anzi debbo esserlo. Devo essere franco e dirti la mia opinione. Mi sembra che si voli terribilmente alto e volare così in alto forse qualcuno lo si lascia a terra. Si tratta di dibattiti di una profondità della quale non tutti, me compreso, possono comprendere la portata e il legame con la propria vita quotidiana. A me sembra che si corra il rischio di fare dell'accademia.
    E' lapalissiano che ogni giorno ci si trova dinanzi a delle asimmetria sia informative sia di potere. Basta pensare a quando si va in banca a chiedere un prestito e vedere il trattamento e basti pensare alle varie modalità con cui vengono selezionati i lavoratori dalle agenzie per il lavoro interinale (ci avete mai fatto caso?), basti pensare alle modalità con cui si viene premiati sul lavoro, basti pensare all'ultimo concorso per notai, potrei continuare. C'è un solo modo, a mio parere, perchè le asimmetrie non abbiano più questo ruolo determinante, ed è quello di fare sì che ognuno sia veramente uguale all'altro, dal punto di vista delle possibilità, delle regole, ecc.Mi piacerebbe molto dibattere su questo altrimenti come diceva il grande professore di matematica Barozzi in una delle sue lezioni "si corre il rischio di vedere tutti gli alberi, ma di non vedere la foresta".
    E' tutto molto bello e molto vero quello che hanno scritto i due dotti interlocutori, ma, perdonami e spero mi perdoneranno anche loro, molto accademico. Qualcuno direbbe anche cinicamente accademico. Sono belle parole e bellissimi concetti, ma credo che oggi come non mai non sia più il tempo di perole ma di opere, di azioni. La mia non vuole essere una predica, non ne sono degno e non ne ho neanche voglia, ci mancherebbe altro, ma vuole essere un richiamo dell'attenzione a quello che ci aspetta. E' molto interessante il concetto di asimmetria soprattutto perchè a me richiama il concetto di giustizia e di eticità dell'azione sia pubblica e privata. Quell'eticità che credo debba permeare ogni decisione dei decisori a vario livello. Una eticità vera e una giustizia vera. Perchè ognuno di noi nasce libero e libero deve vivere (non sopravvivere) e la libertà, correggetemi se sbaglio, deve essere prima di tutto libertà dal bisogno e libertà di decidere della propria vita confidando, per i più deboli, dell'intervento di una sovrastruttura che si renda responsabile di ridurre le differenze fino, ma è utopia e ne soffro, ad eliminarle. Credo lo dobbiamo ai giganti che ci hanno preceduto e credo lo dobbiamo ai giovani che ci seguiranno. Questo perchè le caste sono il risultato delle asimmetrie e forse il futuro non ha più bisogno di caste.
    Chiedo scusa per la mia solita vena polemica e per essere andato fuori dal seminato o come dico sempre "per avere fatto la pipì fuori dal vaso" ma credo che sia assolutamente necessario calare il pensiero filosofico, politico ed economico verso la realtà altrimenti sempre per usare una frase fatta "si fa e si legge il libro dei sogni".

    RispondiElimina
  6. Ringrazio tutti per i vostri preziosi commenti.
    Sono d'accordo sul riconoscere l'importanza delle capacità come indicato da Sen, ma in continuità alla sua riflessione è necessario sviluppare il premio alla virtù, come inteso da Giacinto Dragonetti. Mettere insieme questi due aspetti già cambierebbe molto l'attuale sistema sociale che riceviamo bloccato da tanti fallimenti di Stato e mercato.
    Valga anzitutto la famosa tesi di Keynes sulla forza delle idee, indicata nella sua “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” del 1936. Questa, che diventa messaggio per tutti noi, afferma che la progressiva estensione delle idee, anche se non immediatamente, finirà per prevalere sul potere degli interessi costituiti, nonostante li si esageri assai. Consapevoli o meno, sono le idee davvero “pericolose” quando vengono applicate. Ciò vale presto o tardi, sia in bene che in male. Oggi è più che mai centrale l'idea di premio, perché possa svilupparsi secondo tutti i suoi effetti. Va quindi compresa chiaramente e riportata nella sua collocazione di scambio sociale, invece che di mercato come il capitalismo ha fatto. Certo era già un passo avanti nel Settecento un mercato che si concepiva e si evolveva come luogo tipico per le relazione strumentali autointeressate, liberandosi da quelle non scelte o gerarchiche, come lo era nel mondo feudale il rapporto servo-padrone. Nella “cultura del contratto”, superiore a quella coercitiva, si sperimentavano rapporti maggiormente liberi e di uguaglianza. Allo stesso tempo si riduceva la società a luogo di incontro tra domanda ed offerta di un bene o servizio, quale scambio di equivalenti. La responsabilità individuale venne a coincidere con ciò che si è contrattualmente pattuito per poi mirare ad uno solo dei suoi criteri di valutazione, ovvero alla massima efficienza possibile nella rincorsa del proprio profitto immediato. Luigi Einaudi nelle sue “Lezioni di politica sociale” precisava a riguardo che “il meccanismo del mercato è un impassibile strumento economico, il quale ignora la giustizia, la morale, la carità, tutti i valori umani. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni”. Al di fuori di questo processo, solo lo Stato ridistribuisce la ricchezza mirando all'equità e dando servizi universali. Si veniva a creare una netta divisione che contrapponeva ed escludeva la sfera economica da quella sociale. A sua volta, per porre rimedio ai fallimenti nell'una e nell'altra, era necessario che ognuna intervenisse per correttivi con modalità, tempi, ambiti e luoghi diversi. Non doveva fare lo Stato quello che doveva fare il mercato e viceversa.

    Mentre l'incentivo è mirato all'interesse proprio, il premio è connesso al bene comune che non è mai riducibile ad un aggregato di beni individuali. Il premio infatti non è il pagamento per un comportamento che presuppone la mancanza di fiducia, bensì è la ricompensa di un atto di gratuità. L'impegno supera e va al di là del premio, ma questo spinge a proseguire con maggior determinazione e ad aumentarne la partecipazione di coloro che vogliono poterlo ricevere.

    Nello scaricabile articolo completo, trovate la mia risposta per esteso.

    RispondiElimina

Prima di lasciare un commento, controllare le istruzioni nella pagina: "Nuove Generazioni: fine e metodo"