martedì 28 giugno 2011

Immigrati e sistema produttivo

Un'opportunità per le piccole imprese e un'alternativa alla delocalizzazione
di Attilio Pasetto

Sopraffatti dall’ondata emotiva che suscita ogni sbarco di immigrati a Lampedusa, non abbiamo ancora riflettuto abbastanza sull’impatto delle migrazioni sulla nostra economia. Non basta infatti dire che gli immigrati consentono di far fronte ai problemi d’invecchiamento della popolazione e alla necessità di coprire nel mercato del lavoro quelle mansioni che gli italiani non sono disposti a svolgere. Né ricordare che intere pezzi dell’economia e del welfare, come l’assistenza ai bambini e agli anziani, dipendono in larga misura dagli extra-comunitari. E nemmeno sostenere che il PIL prodotto dagli occupati stranieri pesa per più dell’11%, con punte del 23% nelle costruzioni, del 14,5% in agricoltura e del 13% nell’industria.
Ci sono anche altri effetti importanti determinati dalla relativamente abbondante disponibilità di forza lavoro straniera sul mercato del lavoro. Questi effetti impattano direttamente sul nostro sistema produttivo e sulle strategie delle imprese.




I nuovi diritti sociali dei migranti nella «Caritas in veritate»
di Luciano Nicastro - Filosofo e sociologo
Professore di Filosofia della Religione - Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo

Gent.mo amico,
le invio in allegato un mio lavoro recente sugli immigrati: "I diritti sociali dei migranti nella Caritas in Veritate". Un affettuoso saluto e tanti auguri per il prosieguo della testimonianza e per il fervore della carità intellettuale.

PRESENTAZIONE di
Gabriele Vaccaro, Consigliere Co.P.E. e GIT circoscrizione Sicilia Orientale Banca Etica
Roberto Piccitto Presid. Meic-Ragusa

Il prof. Luciano Nicastro, filosofo e sociologo, già da tempo si occupa del tema dell’immigrazione scrivendo libri come: “Fratello immigrato” EdiArgo 2006, “Mustafà va in prigione” Genius Loci 2007, “Dentro la nuova società multiculturale” Sion 2006 oltre che su articoli apparsi su “Affari Italiani”, “Petrus” etc. In questa sua ultima pubblicazione ci offre una rilettura inedita dei diritti sociali dei migranti a partire dalla enciclica di Papa Benedetto Caritas in veritate che di fatto si pone, quest’ultima, in continuità ideale e sostanziale con la Populorum Progressio di Papa Paolo VI.
La riflessione e gli stimoli offerti al lettore sono numerosi, profondi e ricchi di esempi e contenuti. In particolare l’autore, si e ci interpella, con una domanda di fondo: quante vale la vita di un giovane immigrato nel nostro Paese? La nostra cattiva ed inquieta “coscienza” è interpellata citando due casi: Abdul, giovane di 19 anni e immigrato di seconda generazione, ammazzato a sprangate a Milano, capitale economica d’Italia, per un pacco di biscotti, sottratti ad un negozio vicino alla stazione centrale. L’eccidio di Castevolturno, in Campania, in cui sei immigrati sono stati assassinati a colpi di pistola dalla camorra del posto perché avevano trasgredito alle “regole” della criminalità organizzata per quanto riguarda pizzo, droga e prostituzione...
Riccardo Milano, responsabile relazioni culturali di Banca Etica in un convegno tenutosi a Comiso ad ottobre dell’anno scorso sul tema dell’iterculturalità ed economia solidale citava il filosofo E. Levinas: il “chi sono io?” me lo dice l’altro diverso da me, ossia l’uomo della strada, il diverso, l’immigrato, chi mi mette in grado di assumere una situazione e una risposta sociale e solidale; in questo modo viene a dimostrazione il mio rapporto con l’altro.
In altre parole siamo di fronte non a una crisi di sistema ma a un sistema in crisi (perché sono molte e diffuse), per cui è necessaria una nuova visione d’insieme, un nuovo paradigma culturale, in grado di coniugare la solidarietà con la fraternità. Il prof. Zamagni, a questo proposito, ci offre un ulteriore spunto di riflessione quando intende, da un punto di vista tecnico, per solidarietà quel principio di organizzazione sociale che consente ai diversi di diventare uguali (politiche del Welfare) mentre la fraternità quel principio di organizzazione sociale che permette agli uguali di essere diversi, attraverso la reciprocità e all’interno di una dimensione comunitaria/collettiva...
L’autore del libro termina offrendo una serie di spunti ed esempi concreti su come lo Stato italiano potrebbe spendere gli attuali 115 milioni di euro l’anno che impiega per la “lotta alla clandestinità”. L’Italia e la Sicilia in particolare, vista come un possibile avamposto funzionale ed attivo per il dialogo interetnico, interculturale ed intercontinentale, supportato da una sorta di piano “Marshall” a sfondo europeo (l’autore cita il parroco di Lampedusa, Don Leopoldo Argento) di emergenza economica-sociale del bacino del Mediterraneo. D’altronde, diceva don Luigi Sturzo, “o l’economia è etica o è diseconomia”.
Perché si realizzi tutto ciò, la convivialità delle differenze, di cui parlava spesso Mons. Tonino Bello, Vescovo di Molfetta e presidente nazionale di Pax Christi, è necessario che il bene vada fatto bene altrimenti il bene diventa male e il contributo offerto dal professore Nicastro è, come già in altre occasioni, sicuramente rivolto nella prima direzione.
Per questa pubblicazione che siamo onorati presentare come Circoscrizione Soci Banca Etica Sicilia Orientale, OnG. Cooperazione Paesi Emergenti e Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale – Ragusa, siamo lieti ringraziare la sensibilità e l’attenzione dimostrata dalla Provincia Regionale di Ragusa, in particolare il dott. Giovanni Di Giacomo, in qualità di Assessore alle Politiche Comunitarie, per il contributo offerto affinché stimoli, contenuti e riflessioni del presente libro siamo diffusi per diventare lievito culturale, sociale e politico.

Indice
Presentazione
Introduzione - L’enciclica sociale di Papa Benedetto: un cambio di passo spirituale per un nuovo inizio
I - Una crisi spirituale di sistema
II - Globalismo o solidarismo globale?
III - Accogliere o respingere gli stranieri “poveri”?
IV - Le chiavi dello sviluppo umano integrale: lavoro e educazione, accoglienza e integrazione
CONCLUSIONE - Il bene comune “glocale”: azione dell’uomo e opera di Dio
Le fonti nella Caritas in veritate
Indicazioni bibliografiche per approfondimenti


2 commenti:

  1. Roberto Carlini6 luglio 2011 23:06

    Molto interssante e completo l'articolo che condivido totalmente.
    Vorrei però aggiungere alcuni elementi di discussione che mi paiono interessanti:
    1) ritengo necessario non fermarsi solo ai numeri "buoni" ma guardare anche i "cattivi" e cioè: qual è la propensione al consumo di questi lavoratori? perchè non serve produrre se nessuno compra .... Su questo vorrei ricordare che non si è mai sentito di crisi causate da sottoproduzione ma semmai di crisi causate da sovraproduzione.
    2) siamo davvero convinti che i nostri operai e giovani non occupino più i posti di "basso livello" perchè sono evoluti (culturalmente) oppure perchè seguono come ebeti mode e immaginari collettivi vari?
    3) siamo davvero convinti che nell'impiego di questi lavoratori non ci siano sacche enormi di illegalità diffusa e di nero nonchè di bieco sfruttamento?
    Vanno bene le ragioni dell'impresa ma come diceva un economista in Confindustria agli imprenditori che delocalizzavano e assumevano soprattutto extracomuinitari e che poi si sono trovati in crisi recentemente "bisogna stare attenti a non tagliarsi le gambe della sedia su cui si è seduti" e questo vale per tutto. Io in realtà vedo un pericolo grave per l'occidente e questo pericolo viene certamente dalla mancanza di lavoro ma viene anche dalla violazione sistematica di regole ad esempio da parte di chi produce beni sfruttando manodopera sottopagata. Io quindi sono favorevole all'ingresso di immigrati ma attenzione alle criticità che si stanno sviluppando. Temo che se i lavoratori occidentali non si adegueranno e presto a questo sistema in moltissimi avranno problemi. Io che da sempre rivendico il primato della politica buona e fatta non per le proprie tasche ma per la gente ritengo che fare capire questo alla gente sia fondamentale. La politica deve avere doti anche previsive e di vision se no allora è inutile che ci sia e che venga pagata e profumatamente. La Grecia non è lontana e se non ci mettiamo in testa che tutti dobbiamo fare un passo indietro allora la situazione precipiterà.
    Non so come si possa fare perchè si tratta di cambiare mentalità e atteggiamenti.
    Vorrei precisare infine una cosa.
    negli alberghi, bar, ristoranti, spiagge gran parte dei ragazzi che vi lavorano sono extracomunitari, ricordo che quando ero ragazzo ho cominciato a fare le stagioni a 14 anni. Non dico che i nostri figli debbano fare la stessa cosa ma ritengo che sia inutile mandarli in giro a fare niente. Già da qui si dovrebbe partire. Sarà poco, ma se avete presente come fa un bambino a imparare a camminare si capisce come da quel primo passo seguito subito dalla caduta sia poi venuta la capacità di correre. Noi nel momento in cui i nostri figli sono "caduti" la prima volta abbiamo smesso di aiutarli e incitarli a riprovarci.
    Ora dobbiamo farlo ne va della nostra sopravvivenza.

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  2. Attilio Pasetto9 luglio 2011 12:02

    Il tema dell’immigrazione presenta numerose implicazioni, come il commento di Roberto Carlini evidenzia. Sulla questione dello sfruttamento degli immigrati, dobbiamo essere molto chiari e dire che la legalità e i diritti devono essere assicurati a tutti i lavoratori, migranti compresi, nel modo più assoluto, come sottolinea anche il lavoro di Luciano Nicastro.
    Più complessa è la questione delle aspettative dei giovani e della necessità “che tutti dobbiamo fare un passo indietro”. Io non credo che si debba rinunciare a cuor leggero né ai diritti fondamentali né all’idea che i giovani non debbano trovare un posto di lavoro adeguato ai loro studi e alle loro capacità. La speranza e il futuro appartengono ai giovani! Certo, ci dovrebbe pensare la politica, ma se la politica non ci pensa perché inadeguata, ci deve pensare la società civile, quindi tutti noi. Naturalmente, questo non significa che anche i giovani non si debbano mettere in gioco ed essere disposti anche a rischiare, ad esempio andando all’estero o mettendo in piedi iniziative imprenditoriali.

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