sabato 16 luglio 2011

Per un sindacato che promuove cittadinanza attiva

di Floriano Roncarati
Collaboratore a diverse testate giornalistiche, è componente dell’Ufficio Stampa della FID; conduce dagli Studi dell’emittente “Ciao Radio” di Bologna la trasmissione sportiva “Fari puntati su…” e cura una rubrica di motorismo, è membro dell’”Osservatorio regionale sull’associazionismo di promozione sociale” della Regione Emilia – Romagna ed è componente della “Lega Pensionati Cisl San Vitale – Bologna”

L'Istat continua a sfornare statistiche sul tasso di disoccupazione che non rassicurano: nello scorso dicembre è rimasto invariato rispetto a novembre attestandosi al 8,6%, ma la disoccupazione giovanile è giunta al 29% stabilendo il nuovo primato dal 2004.
Un altro studio diffuso il 2 febbraio 2011 dall’Istituto di Statistica approfondisce “Il reddito disponibile delle famiglie nelle regioni italiane” prendendo come periodo di riferimento gli Anni 2006-2009. Nel periodo esaminato il reddito disponibile delle famiglie del nostro paese si è concentrato, in media, per circa il 53% nelle regioni del Nord, per il 26% circa nel Mezzogiorno e per il restante 21% nel Centro.
Abbiamo miscelato diversi dati e diverse statistiche, per cercare di avere un quadro dei fenomeni sociali in atto che debbono essere alla base di un’azione sindacale consapevole e “sul pezzo”.
Troppo spesso l’associazionismo ed il sindacato sono diventati organismi “consolatori”, che servono a “consolare” più che promuovere la “cittadinanza attiva”. Non è un ruolo da disdegnare, ma non è l’obiettivo centrale di una organizzazione che rappresenta i lavoratori. L'espressione “cittadinanza attiva” si compone non solo di diritti e doveri, ma anche di poteri e responsabilità che nascono dalla partecipazione consapevole di una persona e di un gruppo come il sindacato alla vita politica e sociale della sua comunità. Troppo spesso però si confonde il “ruolo del Patronato” con quello dell’azione sindacale; “fare sindacato” non è “fare patronato”.


2 commenti:

  1. Per quanto riguarda l'articolo di Roncarati, giudico interessate e condivisibile il richiamo all'esigenza, generalmente intesa, però, di un rinnovamento del Sindacato, giacché se il mondo del lavoro è cambiato e la società è cambiata e la politica è in crisi, non c'è ragione che anche per il Sindacato non si ponga un problema di cambiamento. Devo dire che anch'io sto osservando segnali che vanno in tale direzione. E sono d'accordo anche col fatto che partire da un'analisi attenta della situazione economica e sociale e quindi da dati sulle condizioni reali delle persone e delle famiglie nell'attuale contesto di grave crisi, sia un buon metodo. Anzi l'unico metodo che ci può portare a semplificare all'essenziale le variabili vitali e di benessere e di trovare dal confronto, sintesi e risultanti utili alle soluzioni più eque e sostenibili. Sono altresì convinto con il Roncarati, che l'etica delle responsabilità della stare alla base di qualsiasi attività anche di organizzazioni come i sindacati.
    Non sono d'accordo però col giudizio di valore su un sindacalismo che attraverso l'erogazione di servizi e calcando la mano su tale attività, sarebbe una sorta di ammortizzatore sociale, anche se l'impressione a volte può essere tale. Ti dirò che tale impressione proviene piuttosto dal tipo di attività soprattutto dei Sindacati dei Pensionati, ma per loro stessa costituzione e ragione sociale che li fa però anche effettivi e ed efficienti interlocutori delle istituzioni locali, sui problemi della cosiddetta "Contrattazione sociale". Il giudizio non credo possa essere facilmente esteso alle categorie dei lavoratori in attività che stanno invece dimostrando grande capacità di iniziative di lotta, di contrattazione e di risultato.
    Dobbiamo anche dire che la stagione delle "divisioni" non ha giovato né al sindacato ne alla Politica e, né tanto meno ai lavoratori rappresentati. Non ci dobbiamo nascondere che l'immagine complessiva del Sindacalismo e dei sindacalisti, si è appannata al punto che gli accordi del 28 giugno, sia quello intersindacale CGIL,CISL e UIL sia quello Interconfederale con la Confindustria, sono stati salutati con una enfasi che qualcuno ha potuto definire addirittura eccessiva. In effetti tutti si aspettano una ripresa, anche se su basi nuove e aggiornate, rapporti unitari che consentano analisi, elaborazioni, programmi comuni e anche proposte e iniziative comuni.
    Ricordo che Giuliano Amato, molto tempo fa, discutendo della difficile situazione e del forte disagio e crisi della politica, mi disse, di vedere nei Sindacati, a condizione che ritrovassero un clima di unità, "il collante che avrebbe potuto arrestare la disgregazione sociale".
    Credo che avesse ragione e spero che la condizione da lui auspicata si stia realizzando.
    Cordialmente.

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  2. L’articolo di Roncarati è interessante e dovrebbe servire soprattutto a suscitare un dibattito sul ruolo del sindacato, di cui si sente un forte bisogno. Fare sindacato oggi è diventato molto più difficile che in passato. Anch’io spesso mi chiedo, di fronte a problemi come quello della Fiat o anche nell’ambito del proprio lavoro: ma il sindacato sta facendo le cose giuste? E poi, quale sindacato: la Cisl-Uil, la Cgil o la Fiom? In effetti, la stagione delle divisioni non mi sembra ancora finita, purtroppo, ma temo che in parte dipenda dall’attuale governo, che le alimenta. Oggi i cittadini hanno bisogno di un punto di riferimento certo, proprio per evitare quel senso di disaggregazione sociale, di cui parla De Angelis citando Giuliano Amato. Ma ci vorrebbe un sentire condiviso, l’adesione a un’idea di bene comune, che coinvolga governo, parti sociali e società civile, e che comporti responsabilità comuni.
    Un caro saluto, Attilio.

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