venerdì 9 dicembre 2011

Il sapere serve solo per darlo

a quaranta anni da Lettera ad una professoressa


Il Movimento Studenti di Azione Cattolica di Rimini (MSAC) invita la cittadinanza alla:

Mostra fotografica-multimediale per ricordare don Lorenzo Milani e la Scuola di Barbiana

Inaugurazione venerdì 9 dicembre alle ore 17.00
Sala dell'Assessorato piano terra,
ingresso RM25 - Corso d'Augusto 241- Rimini

La Mostra si svolgerà nei seguenti giorni e orari:
Venerdì 9/12 ore 15.00-19.00
Sabato 10/12 ore 15.00-19.00
Domenica 11/12 ore 10.00-19.00

La cerimonia di inaugurazione, con un buffet e una breve illustrazione, è prevista per Venerdì 9 alle ore 17.00.

I segretari MSAC Rimini
Michele Giovanardi
Davide Capelli

DESCRIZIONE MOSTRA

La strada per Barbiana è ancora oggi una specie di grossa mulattiera. La casa più vicina ad almeno mezzo chilometro, le altre sparse per i monti. Un paese che non è che una chiesa, una canonica e un cimitero.
Da qui, nel 1967, i ragazzi di una scuola speciale lanciarono un appello al Paese, riaffermando il ruolo primario dell'istituzione scolastica nella formazione del cittadino sovrano, rilanciando il diritto all'istruzione come presupposto per il diritto all'eguaglianza, denunciando una scuola che stava scadendo nella insipienza, o meglio, nella in-Sapienza.
E' la denuncia di Lettera a una professoressa, il manifesto del metodo educativo della Scuola di Barbiana, la scuola fondata dal giovane e renitente prete fiorentino don Lorenzo Milani, allontanato dalla Curia di Firenze in questo angolo sperduto del Mugello.
Una scuola per montanari, per i figli dei poveri, per i tanti ragazzi che la scuola di allora perdeva, smarrendosi nelle dinamiche del voto-registro, della promozione ai fini del diploma, del dovere degli insegnanti di affermare i meno capaci, i meno dotati, gli svogliati, in nome di un sapere che fosse privilegio dei più bravi, dei più intelligenti, dei meritevoli.
I ragazzi di Barbiana chiedevano una scuola che non preparasse al diploma, ma alla vita. Che non insegnasse saperi vuoti di senso, ma che attribuisse a tutto un fine grande. Il fine grande di Barbiana era il prossimo. E come vuol amare il prossimo se non con la scuola, la politica e il sindacato? Barbiana ci insegna che il Sapere non è prestigio ma serve solo per darlo.

E' per ricordare questa scuola, l'esempio del maestro che fu don Lorenzo, l'esperienza vissuta da questi ragazzi, che oggi, a quarant'anni di distanza, il Movimento Studenti di Azione Cattolica ripropone una riflessione sulla figura così controversa di questo prete fiorentino e sull'esempio educativo della scuola di Barbiana.
Il MSAC propone una mostra. Itinerante, tematica, attuale.
Itinerante, perché vogliamo che questa mostra, con le sue parole, le sue foto, la vita che racconta, possa arrivare a quanti più studenti è possibile, raggiungendoli nelle loro scuole, nelle loro province, sul loro territorio. Vogliamo sia patrimonio di tutti, che possa appassionare ogni studente ad una nuova idea di scuola e di studio.
Attuale, perché non si tratta di un amarcord celebrativo di un prete dalla vita un po' particolare, l'album fotografico di un'esperienza di scuola troppo speciale. Siamo convinti che Barbiana possa parlare ancora oggi e possa parlare agli studenti di questo tempo, ai loro sogni, alle loro domande di senso.
Tematica. La mostra proposta dal MSAC è divisa in tre sezioni: Barbiana e gli Ultimi, Barbiana e la Parola, Barbiana e la Costituzione. Sono tre temi di grandissima attualità, che possono contribuire al dibattito culturale in atto, qui e adesso. Mettono al centro le scelte educative di don Lorenzo, le rivendicazioni della Lettera: la scelta dei poveri, il dovere di un'eguaglianza da garantire, il ruolo primario del Sapere nella formazione della Persona, il servizio dell'impegno civile a cui è chiamato ciascun cittadino.

Barbiana era una scuola unica. Irripetibile, come diceva lo stesso don Milani. Sicuramente migliorabile.
Barbiana non è il modello di scuola ideale. E' una provocazione. Ma che ha la forza di parlarci ancora. E pretende di essere ascoltata.

mercoledì 7 dicembre 2011

Abbiamo secolarizzato anche il denaro?

di Andrea Fiamma, laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi "Gabriele d'Annunzio" di Chieti discutendo la tesi Commento al De visione Dei di Nicola Cusano, studioso della filosofia neoplatonica a cavallo tra il Medioevo e l'età moderna.

Gli accadimenti di questi giorni in merito alla crisi mondiale stanno spingendo all'acuirsi di odi, di lotte di fazioni, di risatine francesi e, purtroppo, di auto e case bruciate; la crisi economica, insomma, fa problema anche oltre i meri flussi di denaro, i grafici e le statistiche dei tecnici. Negli ultimi tempi, nonostante la mia formazione, mi sono cimentato con varie letture di ambito economico, seppur, per forza di cose, ancora superficiali e "divulgative". Ebbene, l'idea che ho coltivato e che vorrei proporvi risulterà forse un po' banale ad un occhio avvezzo alle discussioni di economia: alle spalle di tutto questo dramma che stiamo vivendo, probabilmente, vi è una crisi ben più profonda di un abbassamento degli indici di Wall Street. Questa ipotesi, d'altronde, circolava già da un po' e, per dirla in termini filosofici, potrebbe consistere in una riproposizione del concetto di occidente heideggeriano, pensato come "terra dell'occado", che porta inevitabilmente alla negazione di ogni valore (Nihilismus). Oppure in questa crisi non c'è nulla di tutto questo e si tratta, ancora, dell'avidità umana di denaro - e del suo corrispettivo morale nella volontà appropriativa (Eigenschaft) di cui altre volte abbiamo trattato nelle pagine de La Cittadella? Credo ci sia qualcosa di più. Qualcosa è cambiato.

L'ipotesi che vorrei sottoporvi si potrebbe esprimere con questa domanda (retorica): che la crisi di valori dell'occidente post-metafisico abbia secolarizzato anche il denaro? Il denaro perde di valore e dunque di potere - si svaluta, si dice in economia - se a sorreggerlo non vi è un sistema sano di "fiducia". Lo scrivono tutti gli economisti: Tu devi difatti avere fiducia che chi ti paga con una banconota possegga il valore corrispondente da pagare al portatore. Troviamo le radici di questo concetto nella nascita stessa del sistema economico in sostituzione al più immediato baratto: invece che scambiare i pomodori che ti di offro con un sacco di patate, mi "paghi" con un pezzo di carta su cui scrivo "100" (cento = un sacco di patate) e io ho fiducia che tra una settimana, un mese, un anno quando ritornerò con quel pezzo di carta, tu:
i) lo riconosca come valido e dunque come "pagabile a vista del portatore";
ii) abbia ancora il sacco di patate che ti eri impegnato a pagarmi come trovo scritto sulla banconota da "cento".

La crisi attuale è causata dal fatto che al momento in cui il creditore è tornato al contadino per riscuotere i pagamenti promessi qualche tempo prima, ha scoperto che quel secco di patate già pagato non c'era più: era stato a sua volta "re-investito". Ebbene, non posso che far notare come tradire queste due aspettative significhi venir meno all'onestà (punto 1) e all'onore (punto 2) cosicché la fiducia del creditore nei tuoi confronti si è dimostrata ingenua, infondata. Ma cosa ha portato a tradire la fiducia e ad investire ulteriormente quel sacco di patate per altre transazioni quando esso era già erano stato venduto e compromesso, come è accaduto con le operazioni di "finanza speculativa"? L'avidità di denaro, certamente, è un buon movente. Eppure non è stata forse la fiducia tradita ad innescare tutto il meccanismo? Non è forse questo il segno più radicale della crisi di valori di un mondo che "non crede più a niente", come scriveva bene Charles Péguy (Il mondo di chi non crede più a nulla, nemmeno all’ateismo, / di chi non si prodiga per nulla e non si sacrifica per nulla) e che dunque non crede neanche che la fiducia riposta vada onorata?

"In God we trust" - c'è scritto sul dollaro. Gli americani più accorti sapevano benissimo che in assenza di un sistema etico garante del fatto che la fiducia vada a buon fine, il denaro aveva perso di valore. Quel sistema, in coerenza con la tradizione puritano-calvinista dei padri fondatori, era rappresentato dal "God" in cui "we trust" - si legga qui anche il senso di un mondo che al contempo si dimostra senza freni in economia, ovvero che rifiuta qualsiasi intervento esterno volto a limitare l'assoluta parresia del numero, e, dal punto di vista etico, rigidamente arroccato sulla tradizione cristiano-calvinista (si aprirebbe poi il tema del New Age e della religiosità negli U.S.A., che non possiamo trattare ora). La domanda fondamentale è allora se la responsabilità della crisi economica risieda davvero negli speculatori finanziari o se forse, in realtà, essi non siano altro che strumenti di una visione del mondo che li precede; la radice ultima è allora da rintracciare in quelle concezioni filosofiche che hanno contribuito a creare un mondo in cui i termini valore, onestà, fiducia, sincerità e quant'altro non valgano più perché venuto meno il loro fondamento unitario (God); un mondo in cui, al contrario, è tornata a dettar legge prepotente la forza del più bruto, la virtù del disvalore, che prende piede in assenza di una struttura di valori; un mondo che ha dismesso Dio per ripiegarsi solo su se stesso, e che, come ultimo baluardo, non ha fatto altro che secolarizzare anche il denaro.

Dal blog "La Cittadella"
Vedi anche la risposta del prof. Carlo Lottieri sul suo blog "Credere nello Stato?"

lunedì 5 dicembre 2011

Dalla bottega all'ipermercato

di Giuseppe Ecca
Formatore, giornalista e scrittore, laureato in Scienze Politiche, si occupa di Direzione del Personale, Formazione, Management e Organizzazione, Sindacalismo, Funzionamento delle Istituzioni

da Studisociali, il circolodelmeglio (“Per tutto l’uomo e per tutti gli uomini”)

E’ il titolo del 20° volume dell’affascinante collana della Memoria Collettiva, appena pubblicato da 50&PiùEditoriale, e presentato a Rimini il 19-23 ottobre nella solenne cornice dell’annuale Gold Age-Incontri fra Generazioni, dall’Università la Sapienza, di Roma, attraverso il coordinatore della ricerca, Roberto De Angelis.
In venti anni di vita, con altrettante ricerche coordinate di volta in volta da istituti universitari autorevoli di tutta Italia, la collana ha ripercorso gli itinerari di un uguale numero di capitoli della vita sociale italiana (come si viaggiava, come si celebravano le nozze, come si mangiava…) delle passate generazioni chiamando a “raccontare” non gli storici di professione ma gli anziani: dal vivo. La cornice scientifica della messa in ordine dei testi scaturiti da queste testimonianze è stata poi affidata, come era giusto, a cattedre universitarie qualificate, che hanno provveduto a rendere le testimonianze stesse ben leggibili e coordinate.
Si tratta dunque di materiali di grande preziosità, destinati ad aiutare sempre più la “storia ufficiale” a scoprire, via via, aspetti meno conosciuti ma non meno importanti della storia sociale del nostro paese e del mondo. Ed a costruire con maggior compiutezza, in tal modo, l’attuale parzialissima “storia totale” dei libri di scuola.

Riproduciamo qui la prefazione al volume di quest’anno.

Per strade ed a volte per quartieri interi, le città e i paesi si erano venuti facendo, di sera, sempre più solitari ed a volte bui, senza quella luce del negozietto della sora Rosa, o anche del sor Guglielmo, che prima con la sua lampadina non solo illuminava un pezzo di strada anche dopo il tramonto, facendo compagnia a chi passava, ma era un punto di riferimento, come dire, anche informativo, anche di sicurezza; i supermercati, e ancor più gli ipermercati, bisognava ormai andare a trovarli a molti isolati di distanza, e lì c’era sì il baccano e le luci ma poi, quando tutto si spegneva, tutto diventava un gran cimitero triste, perché il sor Guglielmo non abitava al piano di sopra, dove tu salivi e ti prendevi ugualmente il mezzo chilo di pasta che lui ti aveva conservato perdonandoti il tuo ritardo.
Per anziani e bambini, ma anche per mamme e zie e comari, era scomparsa la possibilità di fermarsi, comprando la pasta o cercando i chiodi della misura giusta, a chiacchierare con la stessa sora Rosa del più e del meno, dei figli e dei vicini, dell’annata scarsa e del tale matrimonio in vista… Oppure, se si trattava di uomini, a sbrigare velocemente l’ultimo commento d’affari o di politica o anche una velocissima partitina a scopa… Sì, perché i commessi del supermercato non erano come il sor Gugliemo, non avrebbero potuto esserlo neanche se lo avessero voluto: non avevano tempo e non era consentito loro fermarsi con i clienti a “chiacchierare del più e del meno”: il tempo è denaro, avevano insegnato quei superficiali di americani tutto business e divorzi, presso i quali i supermercati e gli ipermercati si erano diffusi per primi, e che vedevano solo il denaro e pochissimo altro: il tempo era scarso e andava speso per vendere le merci, secondo loro, non anche per chiacchierare fra vicini di casa e farsi compagnia e sfogarsi e magari anche spendere due lacrime nel retrobottega sull’ultima disgrazia di famiglia. Il vicinato cominciò a essere un ricordo.

Vi sembreranno poche cosette, queste, in confronto ai grandi vantaggi acquistati: ma, se ci pensate proprio bene, queste cosette, portate a scala della complessiva vita urbana di oggi, hanno significato grandi problemi progressivi e non ancora risolti per tanta parte della convivenza urbana: minor socializzazione e maggior fretta, soprattutto, e un disordine e uno squallore urbanistico che, diciamolo alla maniera antica, spesso fa davvero schifo.
Tanto è vero che gli stessi francesi, primi ad arrivare ma primi anche a pentirsi, hanno cominciato già da diversi anni a “correggere il tiro”: non a rinunciare a supermercati e ipermercati (cosa assolutamente impensabile per la vita odierna: sarebbe una “francesata” deleteria se lo facessimo) ma a mitigarne il domino assoluto favorendo il rinascere, in mezzo alla vita di quartiere, fra le vie qualunque, dei “negozi di vicinato” e persino di qualche negozietto del sor Guglielmo, purché di bella qualità: un tentativo insomma di tenersi i vantaggi del grande supermercato ma anche quelli del piccolo e familiare e confidenziale negozio che se sei anziano la merce te la porta a casa la sera quando ha chiuso la saracinesca. E in effetti questa è la tendenza saggia degli amministratori più illuminati nelle nostre città di oggi: una distribuzione intelligente e calibrata di entrambe le possibilità. Perché di entrambe abbiamo bisogno.
Forse in parte ci aiuterà, questa misura di riequilibrio, a riandare utilmente con la mentre e con il cuore a quei tempi nei quali il negozietto della sora Rosa ci faceva prigionieri con la sua scarsità di merci e la sua risicatezza di orari ma nello stesso tempo ci offriva il caldo di una confidenza di chiacchierate e di scambio di consigli, di solidarietà implicita e di custodia comune di bimbi tra famiglie, e insomma di “buon vicinato e di compagnia solidale”, che continuano a far del bene alla qualità della nostra vita. Come il presente volume ci aiuterà a rimettere a fuoco quanto questo tempo e quello siano stati entrambi importanti.

venerdì 2 dicembre 2011

In memoria di Alcide De Gasperi a 57 anni dalla morte, e dei leader politici cattolici protagonisti dell'Unità d'Italia

Riceviamo e pubblichiamo da Luigi Bottazzi, Presidente del Circolo G. Toniolo di Reggio Emilia

Omelia di Don Eleuterio Agostini

Ebbene in tutto questo discorso è opportuno anche ricordare questi amici, questi personaggi cominciando da Alcide de Gasperi, Aldo Moro e tanti altri nostri fratelli reggiani che poi nomineremo al momento della memoria dei defunti. Sono tutti dei laici che si sono impegnati nella vita quotidiana. Non abbiamo il tempo, non è neanche il momento più opportuno, però credo che una riflessione ce la possiamo concedere. È stato un grande passo avanti: il laicato ha ritrovato la sua dignità e la sua vocazione e anche una sua autonomia nell’ambito della vita della Chiesa. È questo l’aspetto particolare, distintivo degli uomini che oggi ricordiamo.

Anche se si sono trovati in qualche momento, non dico in contraddizione, ma in qualche modo in dissenso con la gerarchia della Chiesa. Ed è comprensibile: la gerarchia della Chiesa ha come fine la difesa della Chiesa, la diffusione della Chiesa, il progresso della Chiesa. È questa la sua ragione d’essere. Un uomo politico ha come scopo principale il bene del popolo che egli è chiamato a governare. Il fine e la ragione d’essere dei vari De Gasperi, Moro, eccetera, non era quello di difendere la Chiesa, di aumentare l’influenza della Chiesa, ma di fare il bene dell’Italia, pur affidandosi ad un’ispirazione cristiana. Sono due configurazioni profondamente diverse e distinte che segnalano, determinano l’autonomia del laicato in quanto soggetto di vita sociale, di vita politica ed economica nel senso più ampio del termine e della parola. L’ispirazione è colta nel vangelo di Gesù Cristo ma le circostanze storiche sono diversissime e comunque il fine lo scopo dell’azione della gerarchia non è precisamente quello dei laici impegnati in politica. Sono due sistemi diversi. È giusto che il laicato abbia in questa prospettiva una sua autonomia, una sua responsabilità precisa e quindi consideri e debba considerare delle ragioni, delle motivazioni che sono diverse da quelle che ispirano, preoccupano la gerarchia della Chiesa. Ed è comprensibile, ed è anche intelligente, rendersene conto che possono nascere dei dissidi in queste due diverse prospettive, anche se animate dallo stesso Vangelo di Cristo. È questa la lezione che ha dato Sturzo, non soltanto alla comunità cristiana italiana, e che poi si è andata via via affermando e approfondendo.

Ed è bello pensare, ad esempio che don Sturzo, che ha avuto le sue difficoltà con la gerarchia del tempo, e anche De Gasperi, sono due cristiani di cui si sta celebrando il processo di beatificazione. Hanno saputo vivere la loro vocazione, la loro responsabilità con assoluta rettitudine e impegno. Questo era loro richiesto e a questo hanno corrisposto. Così anche gli altri personaggi, anche se di livello minore, che intendiamo ricordare questa sera affidandoli alla bontà e alla misericordia di Dio.




Su Alcide De Gasperi
di Luigi Copertino Dottore in giurisprudenza, con tesi in Filosofia del Diritto, opera nel settore enti locali ed è giornalista pubblicista. Si è specializzato in “Studi dei valori giuridici e monetari” presso la cattedra di Teoria Generale del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo

Il tempo tiranno non mi consente maggior attenzione. Vorrei però, con riferimento all'articolo su De Gasperi, ricordare una vicenda. Pio XII, preoccupato che i comunisti conquistassero il comune di Roma nelle elezioni del 1950 o suppergiù, si adirò con De Gasperi perché quest'ultimo non voleva che la Dc romana si alleasse con la destra missina e monarchica. Questo costò a De Gasperi freddezza da parte del Papa che non volle riceverlo in udienza. De Gasperi accettò con umiltà questo "schiaffo paterno", pur protestando non per la sua persona quanto per il ruolo che in quel momento rappresentava di capo del governo. Eppure lo stesso Pio XII, quando lo statista trentino morì, fece giungere alla famiglia il suo personale atto di cordoglio e, in privato, affermò che De Gasperi era morto come era vissuto ossia da santo. Solo, forse, una cosa non aveva compreso De Gasperi, ma è comprensibile vista la persecuzione che egli subì dal fascismo. Non comprese, cioé, che la destra con la quale Pio XII avrebbe voluto che egli si alleasse non era affatto il "fascismo" che invece nacque e morì a sinistra (benché visse in compromesso con la destra). Un appunto, questo, che naturalmente vuole solo far notare che la storia si comprende meglio alla distanza e non quando si è troppo vicino agli avvenimenti. Del resto lo stesso De Gasperi ebbe modo, quando era rifugiato politico in Vaticano, di apprezzare la politica modernizzatrice del regime di Mussolini e quest'ultimo, negli ultimi mesi della sua vita, ebbe a dire - nonostante che i due si fossero politicamente combattuti prima del primo conflitto mondiale quando il futuro duce era esule a Trento a dirigere il giornale socialista di Cesare Battisti - che solo un uomo avrebbe potuto succedergli per fare il bene dell'Italia e che quell'uomo era Alcide De Gasperi. La storia, con la sua complessità ed imprevedibilità, ci coglie sempre di sopresa. O forse sarebbe meglio dire piuttosto che "storia" la Provvidenza.

mercoledì 30 novembre 2011

Bologna intitola una strada ad Evaristo Guizzardi
uomo del "sindacato libero"

di Floriano Roncarati
Collaboratore a diverse testate giornalistiche, è componente dell’Ufficio Stampa della FID; conduce dagli Studi dell’emittente “Ciao Radio” di Bologna la trasmissione sportiva “Fari puntati su…” e cura una rubrica di motorismo, è membro dell’“Osservatorio regionale sull’associazionismo di promozione sociale” della Regione Emilia – Romagna ed è componente della “Lega Pensionati Cisl San Vitale – Bologna”

Il 19 gennaio ricorreva il novantesimo anniversario dell’Appello ai “Liberi ed ai forti” di don Luigi Sturzo; una tappa fondamentale verso la formazione di un “partito politico di cattolici” nel nostro paese. I tempi sono profondamente cambiati, ma i valori di fondo dai quali “muoveva” il sacerdote siciliano e che si radicavano nella “Rerum novarum” sono un patrimonio da cui non può prescindere chiunque voglia intraprendere l’esperienza politica e la presenza nelle istituzioni. Ebbene l’intestazione ad Evaristo Guizzardi della strada dove ha vissuto con la famiglia a San Nicolò di Villola nel Quartiere san Donato di Bologna, prima di trasferirsi a San Donnino, è il riconoscimento non solo al ruolo di una persona che ha operato per il bene comune, che fu prima militante “popolare” e dopo aver partecipato alla Resistenza, fondatore della “Sezione DC Don Giovanni Minzoni” di San Donato e fra i fondatori della Polisportiva San Donnino, ma anche dell’azione positiva svolta dai cattolici democratici per il bene della nostra città.

Durante il periodo di attività clandestina Evaristo Guizzardi “collaborò con Angelo Salizzoni e Achille Ardigò, specialmente sui problemi concreti del lavoro e del sindacato”. Il distintivo dell’Azione Cattolica Italiana sempre presente al bavero della giacca e le tessere sindacali conservate dalla famiglia sono alcuni “segni” della vita del Cav. Evaristo Guizzardi in cui pensiero ed azione sociale erano vissuti alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.

Biografia del Cav. EVARISTO GUIZZARDI
(28 gennaio 1902 – 26 marzo 1975)

Per il lavoro sociale e politico svolto al totale servizio degli altri e della comunità venne insignito da Giovanni Gronchi del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana, onorificenza istituita con la Legge 3 marzo 1951, n. 178 destinata a “ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, della economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari.”

martedì 29 novembre 2011

Indignati

di Eugenio Caggiati
Associazione culturale "Il Borgo" di Parma


“Caro Eugenio, non per dire "te lo avevo detto", però quello che sta succedendo in Spagna con los indignatos è simile a quello che propone… il Movimento 5 stelle.
Quindi prepariamoci: lo tsunami sta arrivando. Chi lo capirà in tempo si salverà; gli altri, che parlano solo il politichese, spariranno come sono spariti i dinosauri. Destra, sinistra, è un linguaggio che non è più comprensibile: è come leggere i geroglifici; nessuno li capisce.
E' una strada senza ritorno, il popolo, quello vero, quello che da sempre ha cambiato le cose, è stufo e si è organizzato. Non è la prima volta e neppure l'ultima che quattro rappresentanti con le pezze nel sedere e quattro capitalisti mafiosi, vengono cacciati via.
Le rivoluzioni le fanno i popoli. Questa e una rivoluzione che possiamo vivere in diretta.
Ti suggerisco di monitorare la situazione in tempo reale perché sarà un cambio rapido e indolore.
Ciao.”

Ecco quanto mi scriveva, alcuni giorni or sono, un amico che si muove in alcuni paesi europei.
Per molti sono parole da bar…!
Amaramente, pur non condividendo certe espressioni né certi movimenti che non sanno distinguere le linee della storia né le curve del presente, ritengo di dover ammettere che la nostra classe politica attuale si salva in pochi personaggi. Il dramma dell’Italia di oggi, però, è che siamo in crisi tutti….; è in crisi la famiglia, la cultura di impresa, la scuola, ecc.
Partendo da una simile presa d’atto ci rendiamo conto che le reciproche accuse, che si sentono in continuazione, vanno riportate ad un clima diverso. Chi non è “bollito” deve superare schematismi beceri e vecchi per guardare al futuro di questo Paese che… sembra sulla via del baratro.
Diminuire, anche se in modo doloroso, il debito attuale, insopportabile per le future generazioni; cambiare la cultura civica sulle tasse, sull’ordine, sulla responsabilità, sul merito… sono percorsi obbligati.
La classe politica, per riprendere credibilità e per guidare con maggior senso unitario il Paese verso il futuro, deve fare la prima mossa abrogando da subito i molti privilegi che il potere si è dato in questi decenni, rendendo più snella ed operativa la governabilità dell’Italia, dando vita ad una riforma globale della nostra cultura e del nostro sistema con uno sforzo unitario. Altrimenti il percorso verso la deriva… non può avere sbocchi.
E in ogni cittadino si deve risvegliare quel senso di responsabilità che, mescolato con la tradizionale creatività, ha reso grande l’Italia del passato remoto e nel dopoguerra. Ancora, mi dice un amico che gira il nuovo mondo del business, l’Italia gode di grande stima… Possiamo riprenderci… Qualche miracolo nella storia lo abbiamo già fatto.

Da "Il Borgo News", Newsletter del Circolo culturale "Il Borgo" di Parma.

lunedì 28 novembre 2011

Volontariato, solidarietà: alcune problematiche e sfide

di Rocco D’Ambrosio
docente di Filosofia Politica e Responsabile della Didattica della Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma


a. i fondamenti biblici e magisteriali
Scrive Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: “Sembra, infatti, che conosce meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è ad esso più vicino e si fa prossimo al bisognoso. Si aggiunga che spesso un certo tipo di bisogni richiede una risposta che non sia solo materiale, ma che ne sappia cogliere la domanda umana più profonda. Si pensi anche alla condizione dei profughi, degli immigrati, degli anziani o dei malati ed a tutte le svariate forme che richiedono assistenza, come nel caso dei tossico-dipendenti: persone tutte che possono essere efficacemente aiutate solo da chi offre loro, oltre alle necessarie cure, un sostegno sinceramente fraterno. In questo campo la Chiesa, fedele al mandato di Cristo, suo Fondatore, è da sempre presente con le sue opere, per offrire all'uomo bisognoso un sostegno materiale che non lo umili e non lo riduca ad esser solo oggetto di assistenza, ma lo aiuti a uscire dalla precaria sua condizione, promovendone la dignità di persona. Con viva gratitudine a Dio bisogna segnalare che la carità operosa non si è mai spenta nella Chiesa ed anzi registra oggi un multiforme e confortante incremento. Al riguardo, merita speciale menzione il fenomeno del volontariato, che la Chiesa favorisce e promuove sollecitando tutti a collaborare per sostenerlo e incoraggiarlo nelle sue iniziative”.

b. il volontariato oggi
Alla luce di questi fondamenti biblici e magisteriali si può pienamente condividere la definizione di volontariato fornita da uno dei massimi esperti italiani: «Volontario è il cittadino che liberamente, non in esecuzione di speciali obblighi morali o doveri giuridici, ispira la sua vita – nel pubblico e nel privato – a fini di solidarietà. Pertanto, adempiuti i suoi doveri civili e di stato, si pone a disinteressata disposizione della comunità, promovendo una risposta creativa ai bisogni emergenti dal territorio con attenzione prioritaria per i poveri, gli emarginati, i senza potere. Egli impegna energia, capacità, tempo ed eventuali mezzi di cui dispone, in iniziative di condivisione realizzate preferibilmente attraverso l’azione di gruppo. Iniziative aperte ad una leale collaborazione con le pubbliche istituzioni e le forze sociali; condotte con adeguata preparazione specifica; attuate con continuità di interventi, destinati sia a servizi immediati che alla indispensabile rimozione delle cause di ingiustizia e di ogni oppressione della persona».

Pubblicato su www.cercasiunfine.it, aprile 2010.

domenica 27 novembre 2011

Genesi, sviluppi e crisi
del marxismo secondo Maritain

di Piero Viotto
già docente di pedagogia presso l’Università Cattolica di Milano e Membro del comitato scientifico dell’Institut International Jacques Maritain

Carissimi, non è precisamente esatto dire che viviamo in una età post’ideologica, perché le ideologie, che sono il veicolo del pensiero, quando questo si oggettivizza nella storia, persistono. anche se mascherate e male assimilate dai gruppi politici. Le ideologie liberali, personaliste, socialiste sono le radici profonde dei movimenti politici, anche se talune non sono più dominanti, Vi offro questa mia riflessione sulla “Nascita, sviluppo e crisi del marxismo” che ho scritto per l’Annuario 2011 del Liceo frequentato dai miei nipoti, lieto di avere le vostre osservazioni. Cordialità e amicizia.

Joseph Proudhon
Jacques Maritain (1882-1973) in gioventù è stato anarchico e socialista, da studente ha conosciuto Raïssa Oumançoff mentre faceva volantinaggio a favore dei socialisti russi perseguitati dallo Zar. Alla boutique dei “Cahiers de la Quinzaine” di Charles Pèguy (1873-1914) un poeta, che si muove tra cristianesimo e socialismo, di cui diventa un collaboratore, fa amicizia con Georges Sorel (1847-1922).
Frequenta l’“Ècole socialiste”, tiene conversazioni nelle “università popolari” scrive articoli su Jean-Pierre, un periodico per ragazzi di ispirazione socialista, fondato da Marcel Debré e da sua sorella Jeanne Maritain. L’incontro con il filosofo ebreo Henri Bergson (1859-1941), la conversione al cattolicesimo e la scoperta di san Tommaso mettono in crisi le convinzioni socialiste, gli fanno superare un ateismo radicale e l’anticlericalisno dei primi anni, ma non modificano le sue convinzioni circa le gravi ingiustizie sociali prodotte del capitalismo, di cui è responsabile la classe borghese. Un suo alunno Yves Simon (1903-1961) all’Institut Catholique di Parigi, poi suo collaboratore in Francia e in America, studia il pensiero di Joseph Proudhon, e trova qualche correlazione tra il pensiero del filosofo francese e san Tommaso a proposito del valore del lavoro e il senso sociale della proprietà. Insieme a Maritain firma il manifesto Per il bene comune (1934), con un doppio no, al fascismo e al comunismo. Maritain collabora con Emmanuel Mounier (1905-1950) alla fondazione della rivista Esprit, ma poi si allontana dal gruppo, perché il gruppo finisce per diventare un movimento politico, che si muove verso il socialismo.
Karl Marx e Friedrich Engels
Maritain in diverse opere studia il marxismo nella sua genesi, nella sua evoluzione nei diversi continenti attraverso i movimenti e i partiti che ad esso si ispirano, e titola Marx e la sua scuola un capitolo della sua Storia della filosofia morale. La sua analisi rileva come la filosofia di Marx dipenda da quella di Feuerbach per il suo ateismo e da quella di Engels per il suo materialismo dialettico, sottolinea come questa filosofia porti al primato della prassi, perché compito primario della conoscenza è la trasformazione della società. Maritain rileva l’incompatibilità tra la filosofia cristiana e la filosofia marxista, anche se vede nel comunismo, per il suo messianismo umanitario, l’ultima eresia cristiana. Queste analisi documentano come sia completamente falsa l’accusa rivolta a Maritain di essere un “marxista cristiano”.
La sua proposta di un Umanesimo integrale (1936) va oltre il liberalismo e il socialismo, perché pone al centro delle relazioni sociali la persona, non l’individuo o la società.

INDICE DEI PARAGRAFI
- Dal socialismo utopistico al socialismo scientifico
- Pierre Joseph Proudhon
- Ludvig Feuerbach e Friederich Engels
- Karl Marx e il materialismo
- Il primato della prassi
- Il rovesciamento dell’hegelismo e la riabilitazione della causalità materiale
- La società capitalistica, il plus valore e la lotta di classe
- L’antropologia dell’uomo collettivo
- La morale comunista
- Gli sviluppi del marxismo
- L’ultima eresia cristiana

Maritain al termine del Concilio Vaticano II in Il contadino della Garonna scrive: “in verità tutte le vestigia del santo impero sono oggi liquidate: siamo definitivamente usciti dall’età sacrale e da quella barocca; dopo sedici secoli, che sarebbe vergognoso calunniare o pretendere di ripudiare, ma che certamente hanno finito di morire e i cui gravi difetti non erano contestabili, una nuova era comincia in cui la Chiesa ci invita a comprendere meglio la bontà e l’umanità di Dio… ecco compiuto il grande rovesciamento in virtù del quale non sono più le cose umane che s’incaricano di difendere le cose divine, bensì queste che si offrono a difendere le cose umane (se queste non rifiutano l’aiuto offerto)” (XII, 671). la Caritas in veritate di Benedetto XVimo si muove in questa direzione, non chiede per la Chiesa l’aiuto della società civile per evangelizzare il mondo, ma offre alla società civile, nazionale e internazionale, il suo aiuto per rendere il mondo più umano. Questa attenzione significa che l’uomo non è in questo mondo solo per prepararsi alla vita eterna, per salvarsi l’anima, ma è al mondo per coltivarlo, per popolarlo; e si salva l’anima solo se si impegna a far crescere nella pace la società terrestre, se serve il suo prossimo, se promuove il progresso. non dobbiamo dimenticare che Gesù istituì l’eucarestia dopo la lavanda dei piedi e che nella storia dell’arte, fino a Leonardo, l’ultima cena era sempre affiancata alla lavanda dei piedi.


Sintesi: Nascita, crescita e crisi del marxismo secondo Jacques Maritain

sabato 26 novembre 2011

Un'impresa attenta al cambiamento:
quali trasformazioni e quali prospettive cogliere dalla crisi che ci ha colpito

Marco Livia, Direttore I.R.E.F. (Istituto di Ricerche Educative e Formative) e Coordinatore del Progetto Policoro della CEI

15 dicembre 2011 ore 21:00
presso la sala Cardijn GiOC (S.Agnese)
via Garibaldi 82 - Rimini



RACCONTI_AMO IL LAVORO
incontri di approfondimento promossi da:
Ufficio Diocesano per la Pastorale Sociale
MLAC – Movimento Lavoratori di Azione Cattolica
ACLI
Progetto Policoro
GIOC-CML
Associazioni Centro Studi Nuove Generazioni