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mercoledì 7 dicembre 2011

Abbiamo secolarizzato anche il denaro?

di Andrea Fiamma, laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi "Gabriele d'Annunzio" di Chieti discutendo la tesi Commento al De visione Dei di Nicola Cusano, studioso della filosofia neoplatonica a cavallo tra il Medioevo e l'età moderna.

Gli accadimenti di questi giorni in merito alla crisi mondiale stanno spingendo all'acuirsi di odi, di lotte di fazioni, di risatine francesi e, purtroppo, di auto e case bruciate; la crisi economica, insomma, fa problema anche oltre i meri flussi di denaro, i grafici e le statistiche dei tecnici. Negli ultimi tempi, nonostante la mia formazione, mi sono cimentato con varie letture di ambito economico, seppur, per forza di cose, ancora superficiali e "divulgative". Ebbene, l'idea che ho coltivato e che vorrei proporvi risulterà forse un po' banale ad un occhio avvezzo alle discussioni di economia: alle spalle di tutto questo dramma che stiamo vivendo, probabilmente, vi è una crisi ben più profonda di un abbassamento degli indici di Wall Street. Questa ipotesi, d'altronde, circolava già da un po' e, per dirla in termini filosofici, potrebbe consistere in una riproposizione del concetto di occidente heideggeriano, pensato come "terra dell'occado", che porta inevitabilmente alla negazione di ogni valore (Nihilismus). Oppure in questa crisi non c'è nulla di tutto questo e si tratta, ancora, dell'avidità umana di denaro - e del suo corrispettivo morale nella volontà appropriativa (Eigenschaft) di cui altre volte abbiamo trattato nelle pagine de La Cittadella? Credo ci sia qualcosa di più. Qualcosa è cambiato.

L'ipotesi che vorrei sottoporvi si potrebbe esprimere con questa domanda (retorica): che la crisi di valori dell'occidente post-metafisico abbia secolarizzato anche il denaro? Il denaro perde di valore e dunque di potere - si svaluta, si dice in economia - se a sorreggerlo non vi è un sistema sano di "fiducia". Lo scrivono tutti gli economisti: Tu devi difatti avere fiducia che chi ti paga con una banconota possegga il valore corrispondente da pagare al portatore. Troviamo le radici di questo concetto nella nascita stessa del sistema economico in sostituzione al più immediato baratto: invece che scambiare i pomodori che ti di offro con un sacco di patate, mi "paghi" con un pezzo di carta su cui scrivo "100" (cento = un sacco di patate) e io ho fiducia che tra una settimana, un mese, un anno quando ritornerò con quel pezzo di carta, tu:
i) lo riconosca come valido e dunque come "pagabile a vista del portatore";
ii) abbia ancora il sacco di patate che ti eri impegnato a pagarmi come trovo scritto sulla banconota da "cento".

La crisi attuale è causata dal fatto che al momento in cui il creditore è tornato al contadino per riscuotere i pagamenti promessi qualche tempo prima, ha scoperto che quel secco di patate già pagato non c'era più: era stato a sua volta "re-investito". Ebbene, non posso che far notare come tradire queste due aspettative significhi venir meno all'onestà (punto 1) e all'onore (punto 2) cosicché la fiducia del creditore nei tuoi confronti si è dimostrata ingenua, infondata. Ma cosa ha portato a tradire la fiducia e ad investire ulteriormente quel sacco di patate per altre transazioni quando esso era già erano stato venduto e compromesso, come è accaduto con le operazioni di "finanza speculativa"? L'avidità di denaro, certamente, è un buon movente. Eppure non è stata forse la fiducia tradita ad innescare tutto il meccanismo? Non è forse questo il segno più radicale della crisi di valori di un mondo che "non crede più a niente", come scriveva bene Charles Péguy (Il mondo di chi non crede più a nulla, nemmeno all’ateismo, / di chi non si prodiga per nulla e non si sacrifica per nulla) e che dunque non crede neanche che la fiducia riposta vada onorata?

"In God we trust" - c'è scritto sul dollaro. Gli americani più accorti sapevano benissimo che in assenza di un sistema etico garante del fatto che la fiducia vada a buon fine, il denaro aveva perso di valore. Quel sistema, in coerenza con la tradizione puritano-calvinista dei padri fondatori, era rappresentato dal "God" in cui "we trust" - si legga qui anche il senso di un mondo che al contempo si dimostra senza freni in economia, ovvero che rifiuta qualsiasi intervento esterno volto a limitare l'assoluta parresia del numero, e, dal punto di vista etico, rigidamente arroccato sulla tradizione cristiano-calvinista (si aprirebbe poi il tema del New Age e della religiosità negli U.S.A., che non possiamo trattare ora). La domanda fondamentale è allora se la responsabilità della crisi economica risieda davvero negli speculatori finanziari o se forse, in realtà, essi non siano altro che strumenti di una visione del mondo che li precede; la radice ultima è allora da rintracciare in quelle concezioni filosofiche che hanno contribuito a creare un mondo in cui i termini valore, onestà, fiducia, sincerità e quant'altro non valgano più perché venuto meno il loro fondamento unitario (God); un mondo in cui, al contrario, è tornata a dettar legge prepotente la forza del più bruto, la virtù del disvalore, che prende piede in assenza di una struttura di valori; un mondo che ha dismesso Dio per ripiegarsi solo su se stesso, e che, come ultimo baluardo, non ha fatto altro che secolarizzare anche il denaro.

Dal blog "La Cittadella"
Vedi anche la risposta del prof. Carlo Lottieri sul suo blog "Credere nello Stato?"

domenica 27 novembre 2011

Genesi, sviluppi e crisi
del marxismo secondo Maritain

di Piero Viotto
già docente di pedagogia presso l’Università Cattolica di Milano e Membro del comitato scientifico dell’Institut International Jacques Maritain

Carissimi, non è precisamente esatto dire che viviamo in una età post’ideologica, perché le ideologie, che sono il veicolo del pensiero, quando questo si oggettivizza nella storia, persistono. anche se mascherate e male assimilate dai gruppi politici. Le ideologie liberali, personaliste, socialiste sono le radici profonde dei movimenti politici, anche se talune non sono più dominanti, Vi offro questa mia riflessione sulla “Nascita, sviluppo e crisi del marxismo” che ho scritto per l’Annuario 2011 del Liceo frequentato dai miei nipoti, lieto di avere le vostre osservazioni. Cordialità e amicizia.

Joseph Proudhon
Jacques Maritain (1882-1973) in gioventù è stato anarchico e socialista, da studente ha conosciuto Raïssa Oumançoff mentre faceva volantinaggio a favore dei socialisti russi perseguitati dallo Zar. Alla boutique dei “Cahiers de la Quinzaine” di Charles Pèguy (1873-1914) un poeta, che si muove tra cristianesimo e socialismo, di cui diventa un collaboratore, fa amicizia con Georges Sorel (1847-1922).
Frequenta l’“Ècole socialiste”, tiene conversazioni nelle “università popolari” scrive articoli su Jean-Pierre, un periodico per ragazzi di ispirazione socialista, fondato da Marcel Debré e da sua sorella Jeanne Maritain. L’incontro con il filosofo ebreo Henri Bergson (1859-1941), la conversione al cattolicesimo e la scoperta di san Tommaso mettono in crisi le convinzioni socialiste, gli fanno superare un ateismo radicale e l’anticlericalisno dei primi anni, ma non modificano le sue convinzioni circa le gravi ingiustizie sociali prodotte del capitalismo, di cui è responsabile la classe borghese. Un suo alunno Yves Simon (1903-1961) all’Institut Catholique di Parigi, poi suo collaboratore in Francia e in America, studia il pensiero di Joseph Proudhon, e trova qualche correlazione tra il pensiero del filosofo francese e san Tommaso a proposito del valore del lavoro e il senso sociale della proprietà. Insieme a Maritain firma il manifesto Per il bene comune (1934), con un doppio no, al fascismo e al comunismo. Maritain collabora con Emmanuel Mounier (1905-1950) alla fondazione della rivista Esprit, ma poi si allontana dal gruppo, perché il gruppo finisce per diventare un movimento politico, che si muove verso il socialismo.
Karl Marx e Friedrich Engels
Maritain in diverse opere studia il marxismo nella sua genesi, nella sua evoluzione nei diversi continenti attraverso i movimenti e i partiti che ad esso si ispirano, e titola Marx e la sua scuola un capitolo della sua Storia della filosofia morale. La sua analisi rileva come la filosofia di Marx dipenda da quella di Feuerbach per il suo ateismo e da quella di Engels per il suo materialismo dialettico, sottolinea come questa filosofia porti al primato della prassi, perché compito primario della conoscenza è la trasformazione della società. Maritain rileva l’incompatibilità tra la filosofia cristiana e la filosofia marxista, anche se vede nel comunismo, per il suo messianismo umanitario, l’ultima eresia cristiana. Queste analisi documentano come sia completamente falsa l’accusa rivolta a Maritain di essere un “marxista cristiano”.
La sua proposta di un Umanesimo integrale (1936) va oltre il liberalismo e il socialismo, perché pone al centro delle relazioni sociali la persona, non l’individuo o la società.

INDICE DEI PARAGRAFI
- Dal socialismo utopistico al socialismo scientifico
- Pierre Joseph Proudhon
- Ludvig Feuerbach e Friederich Engels
- Karl Marx e il materialismo
- Il primato della prassi
- Il rovesciamento dell’hegelismo e la riabilitazione della causalità materiale
- La società capitalistica, il plus valore e la lotta di classe
- L’antropologia dell’uomo collettivo
- La morale comunista
- Gli sviluppi del marxismo
- L’ultima eresia cristiana

Maritain al termine del Concilio Vaticano II in Il contadino della Garonna scrive: “in verità tutte le vestigia del santo impero sono oggi liquidate: siamo definitivamente usciti dall’età sacrale e da quella barocca; dopo sedici secoli, che sarebbe vergognoso calunniare o pretendere di ripudiare, ma che certamente hanno finito di morire e i cui gravi difetti non erano contestabili, una nuova era comincia in cui la Chiesa ci invita a comprendere meglio la bontà e l’umanità di Dio… ecco compiuto il grande rovesciamento in virtù del quale non sono più le cose umane che s’incaricano di difendere le cose divine, bensì queste che si offrono a difendere le cose umane (se queste non rifiutano l’aiuto offerto)” (XII, 671). la Caritas in veritate di Benedetto XVimo si muove in questa direzione, non chiede per la Chiesa l’aiuto della società civile per evangelizzare il mondo, ma offre alla società civile, nazionale e internazionale, il suo aiuto per rendere il mondo più umano. Questa attenzione significa che l’uomo non è in questo mondo solo per prepararsi alla vita eterna, per salvarsi l’anima, ma è al mondo per coltivarlo, per popolarlo; e si salva l’anima solo se si impegna a far crescere nella pace la società terrestre, se serve il suo prossimo, se promuove il progresso. non dobbiamo dimenticare che Gesù istituì l’eucarestia dopo la lavanda dei piedi e che nella storia dell’arte, fino a Leonardo, l’ultima cena era sempre affiancata alla lavanda dei piedi.


Sintesi: Nascita, crescita e crisi del marxismo secondo Jacques Maritain

mercoledì 16 novembre 2011

Costituzione, Concilio e Cittadinanza:
Economia e società

di Leonardo Becchetti
Ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata”


Proposito della presentazione:
- Quattro gravi problemi (povertà, ambiente, crisi di senso della vita e crisi finanziaria)
- Due cause (riduzionismo antropologico e di impresa)
- La soluzione che esiste (creare valore economico in modo ambientalmente e socialmente sostenibile), ma che “occhiali statistici sbagliati”, e l’incapacità di misurare fattori preziosi ma invisibili come felicità e virtù civiche, rendono difficile perseguire.
- E l’ipotesi di una leva (il voto con il portafoglio) che può sbloccare lo stallo e modificare i rapporti di forza riportando la società civile al centro e favorendo la transizione da un sistema in cui le persone sono al servizio dell’economia e della finanza ad uno in cui economia e finanza siano al servizio della persona.

Una conclusione “laica”: La responsabilità sociale e la profezia di Keynes
“For at least another hundred years we must pretend to ourselves and to everyone that fair is foul and foul is fair; for foul is useful and fair is not. Avarice and usury and precaution must be our gods for a little longer still. For only they can lead us out of the tunnel of economic necessity into daylight.” John Maynard Keynes, “The Future”, Essays in Persuasion (1931) Ch. 5

Il lascito della Populorum Progressio: un finale “Tehillardiano”
“Certuni giudicheranno utopistiche siffatte speranze. Potrebbe darsi che il loro realismo pecchi per difetto, e che essi non abbiano percepito il dinamismo d’un mondo che vuol vivere più fraternamente, e che, malgrado le sue ignoranze, i suoi errori, e anche i suoi peccati, le sue ricadute nella barbarie e le sue lunghe divagazioni fuori della via della salvezza, si avvicina lentamente, anche senza rendersene conto, al suo Creatore.”

La storia della crisi finanziaria ci dice che i tempi sono cambiati. I vizi sociali possono fare grandissimi danni mentre la responsabilità sociale genera valore sociale ed economico.
Vogliamo essere dal lato del problema o da quello della soluzione?


giovedì 3 novembre 2011

Politica ed economia: da che parte stanno gli scout?

Consiglio nazionale AGESCI
Roma, 9 ottobre 2011

Su consenso dall'Agesci e segnalazione dell'Istituto Regionale di Studi sociali e politici “A. De Gasperi” - Bologna, pubblichiamo questa dichiarazione di disponibilità a sostenere "l'impegno personale, diretto, responsabile, disinteressato e coerente" dei propri aderenti per una "politica buona". Esso giunge dagli educatori scout dell'Agesci con un documento intitolato "Politica ed economia. Da che parte stanno gli scout?".
Afferma l'Istituto, "Noi guarderemo a queste cose con lo spirito di sempre: autonomia dei laici credenti (specie in politica), rischio personale e pluralismo delle relative opzioni; desiderio attivo di una cultura e di una politica che contrastino il liberismo individualistico degli ultimi decenni e ricostruiscano i soggetti partitici sani di una vera democrazia dell'alternanza".

Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale il nostro Paese si trova ad affrontare il rischio di un repentino impoverimento di massa, di uno stravolgimento delle opportunità di realizzazione professionale, di una caduta di credibilità all'estero.
Noi, educatori scout dell’Agesci, impegnati da diversi decenni nella formazione integrale delle giovani generazioni di questo Paese, ci sentiamo chiamati ad adoperarci per il cambiamento della politica e dell'economia. Sentiamo di doverlo fare perché dobbiamo essere educatori credibili che parlano anzitutto con il loro esempio.
Sentiamo di dover testimoniare che una politica buona e diversa ed un'economia buona e diversa sono possibili e che per esse è bene lottare.
La politica buona è quella vissuta con spirito di servizio, fondata sulla gratuità, sull’onestà personale, sulla sobrietà e onorabilità dello stile di vita, sulla ricerca costante del bene comune e quindi sulla capacità e sul coraggio di proporre scelte talvolta difficili ed anche impopolari, che possono prevedere sacrifici, specie per chi possiede di più.
Una politica buona è fondata oltre che su contenuti e programmi di qualità, anche, sul limite etico ed estetico che pone un freno alla violenza del linguaggio, all’abbrutimento delle parole, all’aggressione finalizzata all’affermazione di sé e delle proprie idee.
Un'economia buona è fondata sul lavoro e non sulla finanza per la finanza, sui principi della trasparenza e della responsabilità, è orientata a favorire uno sviluppo diffuso ed equilibrato, è governata da regole eque e chiare, è promossa per il miglioramento reale delle condizioni di vita della collettività e non per il miraggio di un arricchimento facile ed immediato. Un’economia buona è fondata su un limite sociale, ambientale ed economico all'avidità ed all’accumulo sfrenato di patrimoni.
La sintesi della nostra proposta educativa sta – da oltre cento anni – nel motto: ”Estote Parati”, Siate Pronti!


sabato 29 ottobre 2011

Un ritorno all'economia di mercato civile:
il perseguimento del bene comune

di Tommaso Manzillo
Dottore commercialista

Che la politica economica dei governi italiani degli ultimi anni abbia perso la bussola dei veri principi liberali si era già capito da un bel po’, anche durante le tante campagne elettorali, ma la confusione che sta imperversando per il varo della manovra economica, ancora in discussione, è la conferma di un vecchio modo di fare politica, più vicino ad interessi di una parte soltanto, più forte e determinante, piuttosto che al benessere collettivo. Le linee lungo le quali si sta muovendo il provvedimento sono fondate sull’ipocrisia, sull’insulto contro quelli che sono i veri principi ispiratori di uno Stato liberale, privandolo di un serio progetto industriale di crescita e di progresso, senza spirito innovatore che riporti il sistema verso lo sviluppo economico. Manca il coraggio del liberale! Quell’Albero della Libertà piantato nel bel mezzo della Rivoluzione napoletana, che per decenni ha prodotto e continua a produrre frutti succulenti, da noi oggi cresce su di un terreno arido, che abbisogna di nuova linfa e di essere innaffiato da quell’acqua limpida che sgorga dalle sorgenti liberali che erano dei nostri padri.

I debiti eccessivi nei bilanci degli Stati, sono certamente frutto di miope scelte del passato, lontane anni luce dalle logiche liberali, improntate sulla crescita generale e della collettività, piuttosto che ispirate da interessi personali, locali, di partito, che hanno prodotto disavanzi esorbitanti. Questa situazione è sicuramente di ostacolo a quelle politiche di cui oggi necessita il sistema, per superare l’attuale fase congiunturale. Come hanno evidenziato studiosi ed economisti, purtroppo, l’indebitamento eccessivo è sempre seguito da almeno un decennio di bassa crescita, in cui i consumi e gli investimenti ristagnano mentre la disoccupazione aumenta. Tutto questo porta ad un ulteriore rallentamento dell’economia e, di conseguenza, ulteriori difficoltà per la copertura del debito. Ed è in questa fase che servono risorse vere per ridare ossigeno al mondo economico, stimolando la produzione ed il lavoro, premiando tutte quelle iniziative che vanno in questa direzione, risorse che non devono essere viste come spese, piuttosto come investimenti per il futuro: pensiamo alle famiglie, alle imprese, alla scuola, alla sanità, alla ricerca scientifica ed universitaria. Nel pensiero dell’abate A. Genovesi, “il fine dell’economia civile, siccome è più di una volta detto, è: I. l’aumentazione del popolo; II. La di lui ricchezza; III. La sua naturale e civile felicità; IV. E con ciò la grandezza, gloria, e felicità del Sovrano”.

L’attività politica-amministrativa dei governi degli ultimi venti anni, almeno, è stata caratterizzata dalla mancanza, come hanno sottolineato numerosi economisti negli anni addietro, di quel modo di agire tipico del “buon padre di famiglia”, perché durante gli anni delle cosiddette “vacche grasse”, ossia la crescita, occorreva approntare tutte quelle riforme che liberassero l’economia da lacci e impedimenti di ogni sorta, per la riforma fiscale e previdenziale, la giustizia, il welfare e altro ancora, creando quegli avanzi di bilancio, linfa indispensabile cui attingere durante il periodo delle “vacche magre”, ossia la depressione. Già nel 1967 Paolo VI esortava i governi perché “lo sviluppo esige trasformazioni audaci, profondamente innovatrici. Riforme urgenti devono essere intraprese senza indugio. A ciascuno l'assumersi generosamente la sua parte, soprattutto a quelli che per la loro educazione, la loro situazione, il loro potere si trovano ad avere grandi possibilità d'azione”. Purtroppo, i provvedimenti di riparazione vengono sempre adottati a ridosso delle catastrofi. Risorse generate dal risparmio, come diverse volte esortava dagli scranni parlamentari G. Fortunato, per incentivare gli investimenti e la crescita, perché la produzione genera ricchezza e quindi lavoro, non le rendite di capitale, che contribuiscono alla propagazione della speculazione. Ma rimase “voce di uno che grida nel deserto” (Mc 1, 1-3)! E il debito divenne zavorra!...

Nella logica del raggiungimento del bene comune, riprendendo le ultime parole di De Viti De Marco, obiettivo che fu dell’economia di mercato civile, snodo cruciale diventa la riduzione delle diseguaglianze sociali, economiche, politiche, civili, perché il progresso possa raggiungere ogni fascia della popolazione e non restare a vantaggio dei soliti pochi privilegiati. In questo senso, vi è un interessante lavoro del premio Nobel per l’Economia nel 1998, Amartya K. Sen, dal titolo La diseguaglianza (2000), in cui l’economista va all’affannosa ricerca di una risposta alla domanda “diseguaglianza di che cosa?”. In particolare, nelle sue meditazioni mette subito in evidenza come il tema della diseguaglianza affonda le sue radici nella sostanziale differenza interpersonale, basata sul sesso, sull’età, sulle capacità fisiche, sul carattere e le sue determinazioni psicologiche e altro ancora. In questo, una equa distribuzione del reddito, ispirata da politiche tese a ridurre e a combattere la forte differenza nel tessuto sociale, potrebbe portare a profonde diseguaglianze dovute alle diversità personali, al diverso approccio e nella diversa capacità dell’individuo di trasformare le risorse e i mezzi a disposizione in appagamento dei bisogni, soprattutto per il differente livello di libertà di cui ogni uomo può godere. Diviene, a questo punto, riduttivo pensare alla diseguaglianza, e quindi anche alla povertà, soltanto in termini di reddito e di reddito minimo di sussistenza, quando è presente una molteplicità di fattori che possono influenzare la diseguaglianza. Paolo VI parlava dello “scandalo di disuguaglianze clamorose, non solo nel godimento dei beni, ma più ancora nell'esercizio del potere”. Con l’affacciarsi dell’attuale pesante congiuntura economica, le diseguaglianze stanno divenendo sempre più croniche e sanabili con molta difficoltà, come è stato riconosciuto da Benedetto XVI nella Sua Lettera Enciclica Caritas in Veritate (2009), denunciando l’“erosione del 'capitale sociale', ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile”. Il lassismo da parte delle pubbliche istituzioni abilitate al controllo dei sistemi economici, a cui abbiamo assistito prima della crisi del 2008, sono state le principali artefici del degrado sociale in cui oggi versa l’uomo, vittima del suo stesso operare affannoso, alla ricerca del facile guadagno nell’ottica del breve periodo, piuttosto che mirare alle prospettive future: colpevole di miopia e causa dei suoi stessi mali. E. Berselli afferma che “la grande recessione non è semplicemente una questione tecnica e di regole, né soltanto di autorità deficitarie nel controllo, bensì è un problema anche questo 'totale' di distribuzione fallimentare della ricchezza a vantaggio dei ricchi e a sfavore dei poveri” (2010). Il tema della diseguaglianza è stata affrontata agli albori dell’era industriale nell’Europa continentale, da Leone XIII e ripresa da Giovanni Paolo II in Centesimus Annus, nell’anniversario della stessa Enciclica leoniana Rerum Novarum, allarmando sulla grave situazione di dissesto sociale provocata da un capitalismo eccessivamente spinto e senza regole, ma ancora nella sua fase embrionale, che oggi si manifesta quotidianamente nella speculazione di borsa, dimostrando con quanta facilità si può comprare e vendere denaro, anche allo scoperto, provocando catastrofi sociali e umani inimmaginabili, di cui lo stesso uomo è il reo colpevole.

Per cercare di tirare le fila del discorso e tessere una linea difensiva nella direzione della visione liberale dell’economia, i Governi degli Stati devono ispirarsi ai principi dei nostri padri, tornando ad occuparsi degli interessi collettivi, in una economia in cui i deficit eccessivi assorbono le risorse pubbliche, sottraendole dal mondo produttivo. Come osserva S. Zamagni, occorre riprendere nelle proprie mani l’idea del benessere comune, ritornare a quella che era l’economia liberale di ispirazione civile, di Genovesi, Verri, Palmieri, Broggia, e altri. Le politiche economiche di questi ultimi anni sono state, invece, lontane dalle logiche liberali, quando hanno imposto eccessive tasse senza crescita, dimostrandosi sorde davanti alle istanze di libertà e attente nell’ascolto del grido di aiuto che veniva dai pochi poteri forti del mondo capitalista. Oltre al pareggio di bilancio, compito dei governi è anche quello di stimolare la crescita economica e il benessere collettivo, attingendo dalle risorse di bilancio, che ogni buon padre di famiglia dovrebbe aver creato nei periodi floridi, per far fronte alle necessità improvvise, a quegli avvenimenti che non ti danno il preavviso. Era ed è sostanzialmente il pensiero economico che maturò e portò avanti nella sua battaglia liberale G. Fortunato, con lo sguardo sempre rivolto alla questione meridionale. Sul tema, lo stesso storico polemizzava che il denaro presente nelle ricche casse del Regno di Napoli, al momento dell’Unità italiana, era il segno evidente che la moneta non circolava abbastanza all’interno dello Stato, e l’economia ristagnava, in quanto gli investimenti erano piuttosto assenti nella politica borbonica dell’ultimo periodo. Risparmiare per investire: questa la ricetta proposta.

In merito alla grande turbolenza dei mercati, provocata dai deficit eccessivi dei Paese più industrializzati, dovrebbe aver insegnato a tutti una lezione importante, da riportare, in futuro, sui testi scolastici di economia, ossia che la politica del debito eccessivo alla fine non paga. O meglio, impostare le proprie scelte economiche su di un orizzonte temporale di breve periodo è sintomo di ignoranza, avrebbero detto Genovesi e gli altri, perché manca quella visione del futuro, ingrediente degli esseri savi. Messi alle strette, o si risana il bilancio o si rilancia la crescita, ma la seconda ha come base di appoggio importante il perseguimento del primo obiettivo. Si possono fare entrambe le cose, e pure bene. Tagliare la spesa superflua, i privilegi di pochi, che nel corso del tempo i fantomatici governi liberali hanno accumulato, e premiare quell’imprenditore, giovane e talentuoso, studioso, pieno di iniziativa, che reinveste il proprio guadagno generando produzione, lavoro e ricchezza, invece che assicurarsi rendite di posizione. In questo modo si generano a sua volta nuove entrate per le casse dello Stato, innescando un circolo virtuoso, sulla strada dell’equa distribuzione delle ricchezze. “La prima molla motrice dell’Arti, dell’opulenza, della felicità di ogni nazione, è il buon costume, e la virtù” (A. Genovesi). Le politiche dei governi rimarranno sempre all’ombra del futuro, prive di slancio e ricche di impedimenti e di interessi collusivi, fintantoché la loro funzione non sia orientata verso la riduzione delle diseguaglianze, combattendo le discriminazioni, per “liberare l’uomo dalle sue schiavitù”, rendendolo “capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale” (Paolo VI, 1967).

In conclusione, secondo il pensiero di S. Zamagni, il processo di accumulazione della ricchezza non è soltanto utile per far fronte alle esigenze future, come per esempio il periodo attuale caratterizzato dalla mancanza di una spinta economica da parte dei governi, per mancanza di risorse e per la presenza dei debiti di bilancio. Diventa essenziale, tale processo di accumulazione di ricchezza, inteso come atto doveroso di “responsabilità nei confronti delle generazioni future”: una parte del reddito deve essere destinata agli investimenti produttivi, che allargano la base produttiva, deve diventare modus operandi non solo delle economie private, ma anche di quelle pubbliche, secondo l’impostazione liberale dei devitiani, che dimostrarono come l’economia pubblica si muova con gli stessi strumenti in uso nell’economia privata: qui è l’originalità della Public Choice del premio Nobel Buchanan, riprendendo i principi di economia finanziaria che furono di Antonio De Viti De Marco. Allora si fa strada, tra i sempre più diffusi fallimenti del mercato e l’inefficienza dello Stato nell’appagamento dei bisogni, la terza via, ossia il terzo settore, con il suo forte attaccamento ai veri valori cristiani, fondamenta del bene comune, con i quali tante organizzazioni sociali, non governative, senza scopo di lucro quotidianamente operano sul mercato, nella società provata dalle ingiustizie sociali ed economiche, offrendo diversi beni e servizi che gli altri due settori non sono in grado di fornire, perché incapaci di penetrare nelle varie fasce sociali in cui è divisa la popolazione, a causa delle loro ferma attenzione verso la “privata felicità”. In questo, riveste una determinata importanza il pensiero di E. Berselli e di S. Zamagni, quando invocano un ritorno ai valori fondanti il cristianesimo, come l’amore per il sociale e per il bene comune, richiamati dal senso di solidarietà a livello nazionale ed internazionale, diffusi dalla Chiesa nell’opera pastorale dei suoi pastori, perché “si dimostra come uno dei principi basilari della concezione cristiana dell'organizzazione sociale e politica”. Per questo motivo è importante la ridefinizione della scala delle priorità nell’economia sociale, dando ampio spazio alla crescita umana inserita nel contesto di una situazione economica programmata per lo sviluppo collettivo, che sia durevole e sostenibile. Lo esortava, tra gli altri, il nostro G. Palmieri di Martignano, che contribuì pure lui, anticipando i tempi, ad innalzare l’Albero della libertà, “mostrando che la ricca linfa che sale dalla radice non si è esaurita col passare degli anni, ma è anzi diventata più feconda” (corsivo ripreso dalla Lettera Enciclica di Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, riferendosi alla Rereum Novarum di Leone XIII), per ritrovare la crescita economica lungo la strada della riscoperta della “pubblica felicità”.

mercoledì 28 settembre 2011

Economia dell’intrattenimento, tempo libero e turismo

di Marco Savioli
Facoltà di Economia, Università di Bologna - sede di Rimini
collaboratore Associazione Centro Studi Nuove Generazione

Già oggi il leisure può essere considerato la maggiore industria al mondo e com'è facile prevedere, con l'ingresso di tanti paesi nel club delle economie sviluppate, la sua importanza è destinata a crescere sempre di più. Ecco perché è sicuramente utile e auspicabile affinare e adattare tutti quegli strumenti che la scienza economica è riuscita a sviluppare per analizzare nello specifico le problematiche legate all'impiego più piacevole del nostro tempo. Partendo dalle definizioni e dall'inquadramento microeconomico del mercato di riferimento e arrivando a una prospettiva globale, proponiamo un discorso sui tanti tipi di ambiente nei quali si trovano ad operare le organizzazioni pubbliche, private e non a scopo di lucro presenti in questo settore.

lunedì 5 settembre 2011

Amartya Sen:
rifondare l'economia partendo dall'etica

di Attilio Pasetto
Economista

Tra le tante conseguenze negative, la crisi economica un effetto positivo sembra averlo avuto: quello di far crescere nella società civile l’esigenza di un cambiamento di rotta dell’economia. Un cambiamento che parta in profondità, ossia dalle regole, dai comportamenti e che investa i fini stessi dell’economia. Si avverte in particolare la domanda di comportamenti più etici da parte degli attori economici e politici con riferimento soprattutto alla finanza, alla vita pubblica, all’ecologia e a tutto ciò che riguarda uno sviluppo equo e sostenibile. Ecco quindi che, dopo essere stata a lungo tenuta fuori dagli “schemi” dell’economia, l’etica ritorna in gioco. Ma come ci ritorna? Il modo più comune è quello in cui l’etica si aggiunge all’economia e serve soltanto a tacitare le coscienze. È questo spesso il caso di tante grandi corporation, che creano una sezione dedicata a iniziative filantropiche e umanitarie accanto ai normali modelli di business. Non può essere questa la risposta alla domanda che sorge dalla società civile. L’etica infatti deve nascere dall’interno delle categorie economiche, non essere separata dall’economia, ma farne parte integrante. Per trovare la “chiave giusta” abbiamo allora bisogno di attingere al patrimonio scientifico e morale, che ci viene dai grandi pensatori, del passato e del presente. Un grande economista e filosofo contemporaneo che ci aiuta nel coniugare insieme etica ed economia è Amartya Sen.

Chi è Amartya Kumar Sen?
di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Amartya Kumar Sen (1933) Nato a Santiniketan in India è uno dei maggiori economisti e filosofi del mondo. È stato presidente dell’Econometric Society, dell’International Economic Association e dell’Indian Economic Association. Ha insegnato a Calcutta, Cambridge, Delhi, alla London School of Economics, Oxford. Premio Nobel nel 1998 per l’Economia, nello stesso anno è divenuto rettore del Trinity College di Cambridge. È Lamont University Professor di Economia e Filosofia morale ad Harvard. Si deve a Sen la rielaborazione in ambito economico di concetti chiave, come quelli di scelta, preferenza, razionalità, benessere, libertà, giustizia, che egli rivisita alla luce di una critica dell’utilitarismo e nello studio della povertà, in particolare nei Paesi in via di Sviluppo. Sen pone al centro della propria analisi la constatazione che non è sufficiente prestare attenzione ai soli ammontari di beni e servizi a disposizione della libertà di scelta di un individuo, ma accertarsi se questi abbia la capacità fondamentale ed effettiva (basic capabilities) di servirsene in modo da soddisfare i propri bisogni. Mentre i beni sono strumenti non univoci per la soddisfazione dei bisogni e non dicono ciò che il soggetto è in grado di fare con essi, la capacità di esercitare una funzione riflette ciò che una persona è e può fare con quegli stessi beni. La prospettiva che ne consegue apre nuovi orizzonti al discorso economico recuperando l’umanesimo civile per cui in una società capace di futuro, devono trovare espressione conveniente, adeguata e simultanea oltre ai principi del profitto e dello scambio e quello della distribuzione equa, anche il terzo della reciprocità. Uscendo dal riduzionismo si pongono così le premesse per un proficuo incontro tra economia, filosofia, morale, sociologia e scienza politica. Il suo contributo è ritenuto essenziale anche in altri settori con riflessi sociali, come la teoria dello sviluppo, i problemi della misurazione della dispersione nella distribuzione del reddito, la teoria delle scelte collettive e l’individuazione delle cause delle carestie. La sua produzione è vastissima, ma negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata sugli effetti della globalizzazione, sul rapporto tra economia ed etica, sul legame tra ricchezza e benessere sociale. Oltre che il suo libro più famoso sulle carestie, “Poverty and Famines” (1981), fra i testi tradotti ricordiamo “Utilitarismo e oltre” (con Bernard Williams, 1984), “Scelta, benessere, equità” (1986), “Etica ed economia” (1988), “Risorse, valori e sviluppo” (1992), “Il tenore di vita. Tra benessere e libertà” (1993), “La disuguaglianza. Un esame critico” (1994), “La libertà individuale come impegno sociale” (1998), “La ricchezza della ragione” (2000), “Lo sviluppo è libertà” (2000), “Globalizzazione è libertà” (2002), “La democrazia degli altri” (2004), “Razionalità e libertà” (2005), "Un'idea di giustizia" (2010).



L'economia a lezione di etica
di Tommaso Manzillo
Dottore commercialista

Vi invio questo contributo pubblicato su "il galatino" nr. 20 dell’11 dicembre 2009.

La crisi economica che stiamo, per certi versi, ancora attraversando (basti pensare agli ultimi effetti sul mercato del lavoro) è uno degli argomenti esaminati dal Sommo Pontefice nella Lettera Enciclica "Caritas in Veritate" (Roma, 29 giugno 2009), con un esplicito riferimento al messaggio della "Populorum Progressio" (1967) di Paolo VI. Dalla sua lettura è spontaneo il richiamo alle teorie di Adam Smith (kirkaldy 1723 ± 1790), non per accostare l'autore de "La Ricchezza delle Nazioni" (1776) alla figura del Santo Padre, ma per poter riassumere due autorevoli pensieri su uno dei temi più discussi dell'attuale congiuntura, ossia, se possono, insieme, economia ed etica, essere il volano, in questo Terzo Millennio caratterizzato da una visione di breve o brevissimo termine, per uno sviluppo e una crescita duratura dei popoli.

Nell'illustrare la situazione attuale, l'Enciclica sottolinea come l'esclusivo obiettivo del profitto perseguito senza tener conto del bene comune come fine ultimo, abbia portato il sistema verso la distruzione della ricchezza e la crescita della povertà. Le conseguenze di questa fase congiunturale sono gli effetti deleteri sull'economia reale di un'attività finanziaria centrata sulla speculazione, sui flussi migratori provocati e non gestiti appropriatamente, sullo sfruttamento sregolato delle risorse naturali. Indice puntato contro una certa classe di manager che, negli ultimi anni, rispondendo agli interessi economici degli azionisti, hanno approfittato di lauti compensi perdendo di vista i propri valori morali di riferimento. Il consumo, diceva Smith, rappresenta il solo obiettivo della produzione e l'interesse del produttore deve essere orientato verso quello del consumatore, ma se quest'ultimo risulta sempre sacrificato a vantaggio del primo, allora si è presenza di un sistema mercantilistico ed individualistico. L'egoismo è il responsabile principale di questa economia che si presenta come una scienza tetra e avversa agli ideali del romanticismo sociale. Viene fuori, in questo modo, lo scenario di un nuovo mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e la riscoperta dei valori di fondo su cui costruire un futuro migliore.

Negli ultimi anni si è visto che il mercato lasciato da solo non riesce a produrre quella coesione sociale indispensabile per il suo corretto funzionamento, senza forme di solidarietà e di fiducia reciproca, e senza un certa ideologia che lo indirizzi in tal senso. Piuttosto che il mercato, Benedetto XVI chiama in causa l'uomo e la sua coscienza morale, la sua responsabilità personale e sociale. La vita economica ha sì bisogno del contratto per regolare i rapporti di scambio, ma ha anche necessità di leggi giuste e forme di distribuzione della ricchezza guidate dalla politica. In questo senso il pensiero smithiano ritiene che l'emancipazione civile sia stata realizzata proprio attraverso il commercio e le manifatture, puntando sui meccanismi della divisione del lavoro si è realizzata una vera rivoluzione per la felicità pubblica. Il ruolo dello Stato è fondamentale per la realizzazione delle condizioni indispensabili per la difesa della libertà e della concorrenza perfetta, per il raggiungimento del bene comune. Nella Teoria dei Sentimenti Morali (1759) Smith mette già le basi dello sviluppo della Ricchezza delle Nazioni, affermando che l'economia non tratta soltanto di azioni logiche o non logiche, secondo la teoria del mezzo-fine, ma anche delle emozioni coi gradi propri e impropri delle differenti passioni, fino al punto che il diritto naturale che informa tutta l'opera morale dell'uomo informerebbe anche l'opera economica.




A.K. Sen, L’idea di giustizia
di Luigino Bruni
Professore Associato di Economia politica presso l’Università di Milano – Bicocca e Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI)

La recensione sarà pubblicata sulla rivista culturale "Nuova Umanità".

La purezza di cuore, se qualcuno riuscisse a conquistarla, dovrebbe consistere nel vedere chiaramente e, a partire da questa prospettiva, agire con grazia e disciplina (J. Rawls, A theory of justice, p. 514)

Per discutere questo libro di Sen, un libro senza alcun dubbio bello e appassionante, un buon punto di partenza è iniziare dalla fine: “La filosofia può esercitarsi con esiti di straordinario interesse su una varietà di questioni che non hanno nulla a che fare con le miserie, le iniquità e la mancanza di libertà che affliggono la vita umana. E’ bene che sia così, e c’è senz’altro di che essere felici per l’espansione e il consolidamento del nostro orizzonte conoscitivo in ogni campo che sollecita la curiosità dell’uomo. La filosofia, però, può anche contribuire a dare maggiore rigore e rilevanza alle riflessioni sui valori e sulle priorità, nonché a quelle sulle privazioni, le angherie e le umiliazioni cui in tutto il mondo gli esseri umani sono soggetti” (p. 417). Sen è soprattutto per il secondo esercizio della filosofia, e chiunque sia interessato ad alleviare “le privazioni, le angherie e le umiliazioni” della gente, soprattutto dei più deboli, deve leggere questo libro di Sen (se ha voglia di affrontare oltre 400 pagine) o almeno qualche suo libro più divulgativo, articolo o intervista.

Sen dunque, come tanti altri grandi economisti (Smith, Pareto, Keynes, Schumpeter, Hirschman, Becattini, Sugden, etc.), pur essendo molto più di un economista, è anche un economista, almeno nel significato che questa parola aveva alle origini della scienza economica, quando gli economisti erano essenzialmente studiosi dello sviluppo, della pubblica felicità, dei grandi temi del benessere e della crescita civile e umana. Per comprendere Sen occorre allora inquadrarlo all’interno di una tradizione economica antica, e non tanto compararlo con i suoi colleghi di oggi, sempre più esperti di matematica e di modelli e spesso distanti dalle analisi della vita reale delle persone. Questo libro sulla giustizia di Sen si deve collocare al culmine di un progetto di ricerca ormai quarantennale, iniziato con importanti contributi nel campo della teoria delle scelte sociali, una branca di studi a cavallo tra la scienza politica e l’economia, iniziata nel Settecento francese con Condorcet e Borda, e sviluppata molto nel Novecento, soprattutto grazie all’economista americano K. Arrow e al suo classico “Teorema di impossibilità”. Questa teoria si occupa dell’aggregazione di preferenze e valori individuali in aggregati collettivi o sociali, che poi sono di guida alle scelte pubbliche, e utilizza soprattutto strumenti di teoria del voto. I messaggi che oggi provengono da questa teoria sono soprattutto dei paradossi e dei teoremi di impossibilità (uno formulato 40 anni fa dallo stesso Sen), che mettono in luce la complessità del passaggio dalle preferenze individuali a scelte collettivi, i rischi di manipolazioni, e le soluzioni o scorciatoie più facili (la più nota è la soluzione della dittatura, dove le preferenze di una singola persone diventano tout court quelle dell’intera collettività).

martedì 23 agosto 2011

Chi ha tradito l'Italia e gli italiani

Storia non conclusa della Repubblica
di Nino Galloni
economista, attualmente sindaco effettivo dell'INPS,
direttore generale del Ministero del Lavoro,
docente e ricercatore in varie Università tra cui Berkeley (CA),
autore di numerosi libri e articoli.


PRE-PRINT PARZIALE E PROVVISORIO DEL 23-06-2011
BOZZA PROVVISORIA!
SONO GRADITI COMMENTI E CRITICHE!


SOMMARIO

Premessa

Capitolo 1: DAL 1946 AL 1962
Le svolte del 1947 e l’impostazione degasperiana
Le partecipazioni statali
Dall’omicidio di Mattei ai prodromi del centro-sinistra

Capitolo 2: GLI ANNI SESSANTA E SETTANTA
L’Italia ha un ruolo nello scacchiere internazionale
Fiducia negli affari, investimenti elevati e valore dei patrimoni
Piccole imprese e strane virtù della lira
Un Paese che va troppo bene: bisogna ammazzare qualcuno

Capitolo 3: DAL “DIVORZIO” TRA TESORO E BANCA D’ITALIA ALLA MESSA A REGIME DELLE PRIVATIZZAZIONI
La crisi della sovranità politica e la sterilizzazione dello sviluppo
La fine della sovranità monetaria come punizione della politica
Restrizioni del bilancio pubblico e svendita delle imprese partecipate
La riforma del mercato del lavoro e la negazione delle strategie per l’industria
Le ripercussioni sulle grandi reti infrastrutturali, la ricerca e l’innovazione applicata
Alti tassi di interesse, riconversioni e assistenzialismo
Trame oscure per l’impoverimento e l’indebolimento del Paese
La mancata attuazione della Costituzione e la sottrazione della politica all’elettorato

Capitolo 4: IL NUOVO MILLENNIO. DOPO LA FINE DELLA GLOBALIZZAZIONE, IL NULLA?
Le conseguenze delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni sulla Vita di tutti
E’ arrivato il nuovo feudalesimo... sarà per sempre?
Riforme fiscali, economia sommersa, usura
E’ possibile una necessaria riforma previdenziale?
Separare la speculazione finanziaria dal credito all’economia
Una rivisitazione della politica economica per gestire in modo diverso la convergenza europea e la cooperazione tra tutte le realtà mediterranee

Dalla PREMESSA
Scopo di questa ricerca è tentare di valutare la ragioni e le conseguenze delle principali scelte di politica economica successive al referendum istituzionale (1946) e fino ai giorni d’oggi; per capire se gli obiettivi della classe dirigente siano sempre stati ispirati al bene comune degli Italiani – seppure a fronte di compromessi interni ed internazionali anche importanti – ovvero abbiano nascosto l’intento di indebolire e depredare il Paese.
Tuttavia, a differenza di altre ricerche, si partirà da considerazioni che riguardano il presente (e, quindi, l’immediato futuro), per poi approfondire gli antefatti nazionali ed il tema del definirsi delle responsabilità politiche.

lunedì 15 agosto 2011

Le libertà solidali nel nostro tempo

di Giuseppe Amari

Il sistema in cui viviamo
È nota la denuncia di Keynes che il capitalismo, o meglio il “sistema in cui viviamo” – un termine da lui preferito per non entrare in difficili definizioni di un sistema economico così in rapida evoluzione –, fallisce nell’assicurare la piena occupazione e nell’evitare una distribuzione iniqua ed arbitraria del reddito e della ricchezza. Un sistema intrinsecamente instabile e spesso ristagnante in “equilibrio di sottoccupazione” (Roncaglia). Di qui la necessità di attuare politiche economiche e sociali anticongiunturali, di sviluppo e politiche attive per la piena occupazione. In particolare prevedeva una parziale socializzazione degli investimenti che era la componente più instabile della domanda aggregata, dipendendo dalle incerte aspettative degli imprenditori. Incertezza che, a differenza del rischio, non è trattabile con gli strumenti probabilistici, e che è stata considerata il suo contributo forse più originale. A livello internazionale, si batté per una vera collaborazione tra paesi, nel commercio, nei movimenti di capitale e nei cambi, collaborando alla fondazione degli organismi internazionali come il FMI e la Banca mondiale che poi nel tempo, purtroppo, deviarono dai loro originari compiti diventando strumento degli interessi della potenza economica egemone.

Accadde in Italia
In Italia, la preminenza di economisti liberali e soprattutto l’estromissione, avvenuta presto e per cause nazionali e soprattutto internazionali, delle sinistre dal governo del Paese insieme all’isolamento dei cattolici più progressisti, impedì che la Ricostruzione avvenisse secondo l’ispirazione keynesiana, allora prevalente in Europa e in America. Disattesi, furono anche gli stessi orientamenti espressi dalla Commissione economica per la Costituente, di cui non si volle il proseguimento dei lavori come organo tecnico a supporto dell’opera ricostruttiva.

Globalizzazione e riformismo
Gli ultimi decenni, infine, hanno visto una forte accentuazione neoliberista spinta della globalizzazione, di “questa” globalizzazione. Globalizzazione che ha cooptato in larga parte anche i partiti progressisti.
Sul piano culturale, innanzitutto, con la cosiddetta “terza via”, abbandonata poi, dopo la recente crisi e con “insostenibile leggerezza”, dal suo ideatore Anthony Giddens e di cui si parla dopo. Tanto più ingiustificabile in Italia che ha avuto ben più consistenti tradizioni culturali, come quelle del liberalsocialismo di Guido Calogero e Norberto Bobbio. Che è poi il riferimento della più recente filosofia delle “capabilities” di A. K. Sen e di Martha Nussbaum.

Per una riconquistata socialità
È emersa, ancora una volta, l’inadeguatezza dell’Europa di fronte a tali cambiamenti epocali e che stenta a trovare una comune ragione popolare. Più che di una migliore “governance” avrebbe bisogno di un nuovo spirito costituente che affrontasse le fratture sociali e un mercato del lavoro in cui cresce la disoccupazione permanente e le cui condizioni del lavoro tendono sempre di più a quelle del vecchio bracciantato. Anche riguadagnando la lezione dei primi due premi Nobel, J. Tinbergen e di R. Frisch che, in un quadro di programmazione democratica, dimostrarono la necessità di disporre di più strumenti per raggiungere più obiettivi. Pena la riduzione degli obiettivi, magari al solo contenimento dell’inflazione, o cadere nella critica di N. Kaldor, qualora si pretenda di raggiungere più obiettivi con troppo pochi strumenti, magari solo con quello monetario.

L’economia civile
Nell’attuale contesto e alla luce delle considerazioni fatte sembra di poter dire che si senta la necessità di riguadagnare spazio (e onore) all’intervento e al lavoro pubblico (dopo la “privatizzazione del mondo” alla quale si possono ben fare risalire molte delle cause della maggiore instabilità e della recente crisi) e di darne uno ancora maggiore all’economia sociale, cooperativa e al volontariato, in uno con la crescita della società civile. Con una visione però che non veda lo Stato in veste “residuale” come l’intende la concezione prevalente, ma a nostro avviso errato, della sussidiarietà “verticale”. Allo Stato democratico e alle sue istituzioni locali spetta la responsabilità principale di garantire alcuni servizi ritenuti essenziali per la comunità intera come la sanità, l’istruzione, la previdenza, il governo del territorio, la cui gestione non si presta alla logica capitalistica del massimo profitto.

sabato 2 luglio 2011

Economia - principi e pratiche

di Marco Savioli
Facoltà di Economia, Università di Bologna - sede di Rimini
collaboratore Associazione Centro Studi Nuove Generazione

In un periodo in cui ci viene ripetuta una serie di ricette economiche per uscire dalla crisi, ma che raramente hanno l'effetto desiderato, è sempre più importante possedere una vera alfabetizzazione economica per comprendere quello che ci succede attorno.
Cos'è l'economia? Quali sono gli ambiti dove ci si può aspettare un aiuto anche pratico da una scienza ancora giovane (in rapporto ad altri ambiti del sapere come geometria, matematica, letteratura) e quali sono invece i limiti che un economista (o semplicemente il pensiero economico) non deve varcare senza rischiare il ridicolo delle sue posizioni?
In queste 5 piccole lezioni cerchiamo di toccare e sviluppare una corretta prospettiva sui tanti svariati temi di cui si è occupata l'economia.

martedì 5 aprile 2011

Un cammino che continua... dopo Reggio Calabria

Pubblichiamo il Documento conclusivo della Settimana Sociale.


Riguardo alla Proposta che abbiamo presentato su “Intraprendere: Giovani e innovazione, motore dello sviluppo”, notiamo come sia diventata impegno ed urgenza per tutti, infatti vi si afferma:

"È condivisa una lettura positiva della realtà giovanile, che rappresenta una risorsa: ai giovani deve essere riconosciuta l’opportunità di assumere ruoli di responsabilità e di reale protagonismo. Le associazioni costituiscono di fatto un luogo fondamentale in cui i ragazzi possono sperimentarsi assumendo responsabilità, scoprendo le proprie capacità e riconoscendo i talenti di ognuno nel quadro di un progetto educativo attento alla crescita globale della persona. Nei luoghi ecclesiali deve essere possibile sperimentare regole, obiettivi e ragioni di impegno, che consentano di maturare prospettive di orizzonte durevole. Riconoscendo la disponibilità e il desiderio di partecipazione e di assunzione di responsabilità da parte dei ragazzi e dei giovani, le associazioni diventano spazi importanti per dare voce al mondo giovanile e rappresentarne le istanze presso le istituzioni e la società civile. È importante recuperare anche l’originaria funzione formativa del servizio civile volontario, strumento utile ad abilitare i giovani a conoscere la realtà, leggerne i bisogni e dare risposte concrete".

Condividiamo come: "la 46a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, svoltasi a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010 con il titolo Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese, è stata un evento ricco di speranza. Prima ancora della pubblicazione di questo atteso documento conclusivo, il cantiere della Settimana Sociale ha spontaneamente e diffusamente ripreso il lavoro nelle Chiese particolari, con il pieno e generoso impegno dei Vescovi e con un coinvolgimento ampio e convinto.

All’atto del suo insediamento, il Comitato Scientifico e Organizzatore era stato invitato a impegnarsi perché la Settimana Sociale del 2010 fosse caratterizzata dal coinvolgimento di tutte le componenti ecclesiali. Quella indicazione si era già rivelata feconda nella fase di preparazione e continua a esserlo anche in questo momento. Possiamo testimoniare che nei due anni trascorsi le sollecitazioni pastorali hanno trovato una risposta pronta. Ciò è motivo di sincera gioia e radice di gratitudine (cfr Fil 1,3)".


martedì 29 marzo 2011

Le scelte di investimento nel mondo reale

di Marco Savioli
Facoltà di Economia, Università di Bologna - sede di Rimini
collaboratore Associazione Centro Studi Nuove Generazione

La moderna teoria economica ha sviluppato strumenti molto sofisticati per controllare e ottimizzare gli investimenti in mercati che aspirano sempre di più ad aderire a quel modello di concorrenza perfetta che iniziò a svilupparsi con la rivoluzione industriale ed iniziò ad essere teorizzato con la mano invisibile di Adam Smith.
Purtroppo però, come la recente crisi finanziaria ci rende esplicito, le situazioni fuori mercato abbondano e rendono importante sviluppare strumenti teorici adeguati che cerchino di confrontarsi con il mondo reale. Fenomeni come investimenti fuori dal mercato indivisibili nella loro struttura intima (take it or leave it choice) e scelte soddisfacenti piuttosto che derivanti da razionalità perfetta abbondano nella nostra vita. Possiamo pensare come esempi agli investimenti sul mercato nero, all'investimento che un albergatore riminese possa fare per ammodernare la sua struttura (e che può quindi essere fatto solo da lui) e all'investimento in capitale umano (per es. istruzione) che solo ognuno di noi può effettuare per valorizzare doti innate non alienabili e quindi scambiabili sul mercato. Per tutte queste situazioni, un recente articolo (http://www.rcfea.org/RePEc/pdf/wp07_11.pdf) amplia il modello base della teoria di portafoglio ottimo sviluppata da Markowitz ottenendo nuove indicazioni analitiche per tutti quegli individui o istituzioni finanziarie che volessero confrontarsi con queste problematiche. Nella sua parte finale, l'articolo indica anche perché nel mondo ci siano imprenditori (che accettano di intraprendere un nuovo investimento fuori mercato) e impiegati (persone maggiormente avverse al rischio che scelgono di impiegare la loro ricchezza solo in asset scambiabili sul mercato).
E' ormai tempo che gli economisti profondano prioritariamente i loro sforzi per lo studio e la spiegazione di problematiche reali e pressanti, non vorremmo arrivare ad un'altra crisi dove gli stessi scienziati ammettano imbarazzati di avere a disposizione solo degli strumenti spuntati e poco illuminanti.

Clicca qui per scaricare l'articolo completo

lunedì 10 gennaio 2011

Giovani e lavoro: speranza di Rimini 2011

di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Ci auguriamo che nel 2011 la nostra città investa di più su “Giovani e innovazione, motore dello sviluppo”: è sano e arricchente per le persone, l'economia e la società intera. Questo è stato anche il contributo alla riflessione, visionabile sul sito nazionale, che abbiamo portato alla 46ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani che aveva come tema: un’agenda di speranza per il futuro del Paese.
Si sta lavorando (anche sul vostro TRE ne avete parlato) per portare a Rimini degli Incubatori d'Impresa: sarebbe un passo importante, ma che finirebbe subito se la società tutta non investisse su di essi. Il ruolo dei capitali di ventura è questo: investire su giovani idee, affinché crescano robuste e offrano lavoro qualificato e sviluppo.
A Rimini si registrano avviamenti al lavoro ancora più bassi rispetto a due anni fa e aumentano troppo i contratti a tempo determinato. A causa della crisi persino i consumi dei generi di prima necessità si riducono. Inoltre c’è la paura di perdere il lavoro a causa dell’esaurimento della cassa integrazione, le cui ore sono aumentate esponenzialmente. La fotografia non porta buone notizie per l'occupazione: significa che crescono le situazioni a rischio chiusura o ristrutturazioni. Non sono di certo migliori le notizie per i laureati, la cui domanda da parte delle imprese locali continua ad essere inferiore tanto alle richieste regionali che nazionali.
I giovani completano gli studi, entrano nel mondo del lavoro, mettono su casa, formano la loro famiglia assai più tardi di prima. Pur vivendo bene, in larga misura grazie alle risorse dei genitori, contano poco nella società, nelle professioni, nella politica, nella ricerca e nelle imprese. Con pochi giovani, scarsamente valorizzati e non considerati per l'impegno che ci mettono e il valore aggiunto che portano, il nostro Paese appare stanco e incapace di slancio, e non all’altezza di uno scenario globale che non fa più sconti a nessuno. Bisogna attivarsi a livello locale per incentivare la formazione e l’assunzione di giovani qualificati.
Crediamo che su questo sia necessario un segnale in controtendenza per ridare più speranza a tutti: se vogliamo risolvere problemi nuovi, dobbiamo proporre nuove soluzioni. Il nostro augurio è questo: che dal primo gennaio, tutti sappiano che ogni soldo investito nei giovani è un soldo messo da parte per un futuro più sereno di tutta la città.

Articolo pubblicato sul settimanale "ilPonte" del 9 gennaio 2011

Clicca qui per scaricare l'articolo in PDF

Potete trovare il documento completo “Intraprendere: Giovani e innovazione, motore dello sviluppo”, sul sito della 46° Settimane Sociali dei Cattolici Italiani nella pagina relativa ai "Contributi alla riflessione" cliccando QUI.

lunedì 13 dicembre 2010

Riflessione su economia civile e Occidente

a cura di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Se il capitalismo viene fatto coincidere con l'Occidente si viene a creare un sistema chiuso di pensiero e azione le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, a partire dall'approccio individualistico. Per questo va recuperata la tradizione dell'economia civile nel ripensare una nuova economia sociale di mercato che riconosca le persona nelle sue relazioni. Nella prospettiva economica, che ha assunto la caratteristica di esser paradigmatica dell'uomo contemporaneo, si rende oggi più che mai necessario accogliere oltre al principio di efficienza e di equità, anche quello di reciprocità, fondativo e unitivo degli altri due e della possibilità stessa della convivenza. È in questa stessa pluralità delle forme istituzionali dell'intraprendere che si genera un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo.
Col termine Economia Civile, Antonio Genovesi volle caratterizzare proprio questa nuova scienza economica considerandola non solo come uno strumento per favorire l'incremento della ricchezza materiale in linea con la tradizione mercantilistica. Andava oltre i presupposti di Smith per cui le relazioni impersonali e mutuamente indifferenti stavano alla base di considerazioni di utilità individuale e collettiva. Pur “consumando”, presupponendo e auspicando il ruolo essenziale della fiducia e del dono da allora la scienza economica li ha relegati ad ambito separato, a filantropia o assistenzialismo, senza preoccuparsi della necessaria rigenerazione. Ma per far questo serve una reciprocità non strumentale come leva per realizzare la "pubblica felicità" e fondare la riforma delle istituzioni politiche e sociali, creando le condizioni per diventare anche un luogo dove far crescere la fraternità e la gratuità, ossia un luogo di umanizzazione e di civilizzazione.

Con commento di Giuseppe Amari, Attilio Pasetto, Enzo Mataloni, Roberto Carlini e risposta di Carlo Pantaleo.

domenica 12 dicembre 2010

Premesse a una critica della teoria economica
Intervista a Fabrizio Mittiga su Piero Sraffa

a cura di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Per continuare la riflessione sul contributo del pensiero economico italiano e per superare un certo studio e insegnamento dell’economia spesso unilaterale e formalistico, dedichiamo questa riflessione all’economista Piero Sraffa. Abbiamo intervistato Fabrizio Mittiga, consulente economico aziendale, laureatosi all‘Università di Roma nel 1978 con una tesi di laurea in economia politica, il cui relatore è stato l‘esecutore testamentario di P. Sraffa. Nel 2006 ha anche ottenuto un Dottorato in Scienze Economiche presso l’Università di Nizza in Francia.
L’autore trattato è, come detto, Piero Sraffa (1898-1983) laureatosi con Luigi Einaudi nel 1920 preparando una tesi su “L’inflazione monetaria in Italia e dopo la guerra”. Divenuto professore a Perugia nel 1923, vince una cattedra a Cagliari nel 1926. In pieno regime fascista, si trasferisce nel 1927 a Cambridge in Inghilterra su invito di Keynes. Inizialmente si occupa di problemi monetari e bancari (The Bank Crisis in Italy, 1922) per sviluppare poi una critica alla teoria marshalliana nell’impresa e dell’industria (“Sulle relazioni tra costo e quantità prodotta”, 1925) e avviando il filone di ricerca sulle forme di mercato, in particolare sulla concorrenza imperfetta (“La legge dei rendimenti in regime di concorrenza”, 1926).
All’inizio degli anni Trenta ha intrapreso un vasto lavoro di ricerca diretto a riproporre l’impostazione degli economisti classici. Ha curato l’edizione critica delle opere di David Ricardo (1951-55). La sua opera “Produzione di merci a mezzo di merci” (1960) ha aperto un ampio dibattito nell’ambito della teoria economica rappresentando una radicale critica alla teoria neoclassica (marginalismo) dominante, in particolare per quanto riguarda i problemi concernenti il valore e la distribuzione del reddito.

Clicca qui per scaricare l'intervista completa

Grazie al contributo di Giuseppe Amari, che ringraziamo, pubblichiamo qui sotto l'articolo che Federico Caffè scrisse alla morte di Piero Sraffa su "Il Manifesto" del 7 settembre 1983.

martedì 7 dicembre 2010

Incontro di studio su Guido Carli

Segnaliamo che venerdì 17 dicembre 2010 si terrà a Palermo presso la Fondazione Banco di Sicilia un incontro di studio organizzato dall'Associazione Guido Carli su "Guido Carli - Formazione e ascesa di un protagonista della vita economica italiana", come da programma scaricabile qui sotto.

Guido Carli
Nato a Brescia il 28 marzo 1914.
Laureato in Giurisprudenza presso l'Università di Padova.
Inizia la sua carriera all'Iri.
Deputato del PLI nell'Assemblea Costituente.
Studioso di problemi economici e finanziari internazionali, entrato nel Consiglio di amministrazione dell'Ufficio Italiano dei Cambi, nel 1947 diventa membro per l'Italia del Consiglio dei direttori del Fondo Monetario Internazionale.
Ministro per il commercio con l'estero negli anni 1957-1958.
Nel 1959 è nominato Presidente del Consorzio di credito per le opere pubbliche, Direttore Generale della Banca d'Italia, membro del Comitato di direzione della Banca dei regolamenti internazionali e del Comitato monetario della Cee.
Dal 1960 al 1975 Governatore della Banca d'Italia. Presidente dell'Ufficio Italiano dei Cambi, sostituto per l'Italia del Governatore del FMI, dell'International Financial Corporation e dell'International Development Association.
Presidente di Confindustria dal 1976 al 1980.
Presidente del Consiglio di Amministrazione della LUISS e Presidente dell'UNICE.
Eletto senatore nel 1983 e rieletto nel 1987, è Ministro del Tesoro nel VI Governo Andreotti.

Clicca qui per scaricare l'invito all'incontro