venerdì 29 aprile 2011

Chi educa chi?
Ovvero giovani specchio della nostra società

a cura di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Questa è la domanda che affligge ognuno di noi a partire da se stessi. Si può far finta di niente invece di conoscersi per educare. Ma l’occhio vuol vedere e non solo guardare, l’orecchio vuole ascoltare e non solo sentire, il piede vuole camminare e la mano prendere e non solo muoversi. Anche il cuore vuole amare e credere e lo spirito pensare, anche a costo che l’oggetto sia il nulla, di dare la parvenza di far niente, di rendere normale l’ordinario che è invece straordinario. Educare è divenuto un verbo accantonato dall’invenzione dei miti proposti dalla società. Sta diventando normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta, come se non ci fosse nessuna implicita domanda da educare. Ma se non sappiamo da dove veniamo, non sappiamo dove andiamo e il senso di quello che facciamo.

Ci alziamo la mattina, ma già quell’atto ha un suo scopo. La vita che comincia, ogni vita, ha il suo scopo, giorno dopo giorno, e si protende allo scopo ultimo. L’io, il nostro io è il crocevia tra l’essere e il nulla. Non scegliere è già una scelta, non aiutare a scegliere è anch’essa già una scelta che ha sempre le sue ripercussioni a partire da se stessi. Io sono educato ed educo, tu educhi e sei educato, egli educa, la famiglia educa e si educa, la scuola istruisce ma educa, il lavoro e la chiesa educano, il sindacato contratta ma educa, le imprese e le associazioni educano, la politica e la società si dovrebbero educare ed educano, Dio educa il suo popolo di persone. E invece è stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di fronte alla vita, annoiati e a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere. Se mancano chiare e legittime regole di convivenza, oppure se queste non sono applicate, la forza tende a prevalere sulla giustizia, l’arbitrio sul diritto, con la conseguenza che la libertà è messa a rischio fino a scomparire. L’istruzione e la formazione permanente sono un diritto, ma l’educazione è un dovere. Infatti non è solo un problema di istruzione o di avviamento al lavoro. Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di  una generazione di adulti di educare i propri figli e di educarsi. E’ necessario ricomprendere il significato e la portata di questa vera e propria sfida. Perderla significa decostruire la propria identità, assolutizzare se stessi e cosificare gli altri. Questo vale sia per i giovani che per gli adulti, perché è la persona in quanto tale, nelle sue relazioni, che diviene generatrice di popolo, e quindi di storia. Questa emergenza non si affronta limitandosi a scaricare le colpe degli insuccessi vicendevolmente fra coloro che hanno responsabilità educative, né tanto meno avendo un atteggiamento rinunciatario. E’ necessaria invece la feconda prospettiva di un “patto educativo” non astratto né spontaneistico, che rispetti nelle differenze la missione affidata per una responsabilità che si condivide insieme, mettendo al centro di tutto l’unicità della persona verso cui tutti  gli attori e tutte le relazioni devono essere “sussidiarie”. Dice un proverbio africano: “per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, ma anche per “far crescere” se stessi e per chi vuole “far crescere”. Formare le coscienze quindi non è impresa di poco conto, perché essa è il centro e il futuro della vita individuale e sociale. Consapevoli o no, nel bene  o nel male, comunque tutti quanti educhiamo attraverso le scelte che facciamo o come ci poniamo di fronte alle situazioni. 

Se famiglia, scuola e società non sono portatrici di valori sostenibili, formare le coscienze non rischia di essere una violazione delle stesse? L’adolescente, prima, il giovane e l’adulto poi, non hanno diritto a essere aiutati a costruire una propria coscienza critica? La nostra società a quale modello di uomo sta educando?

Lo spiega bene l’ottavo Rapporto Nazionale sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza del 2007, che ha per titolo “I figli padroni”. Questo Rapporto è curato da Eurispes e Telefono Azzurro all'interno del mondo scolastico coinvolgendo 52 istituti di ogni ordine e grado, in cui i bambini e i ragazzi hanno risposto a un questionario.


martedì 26 aprile 2011

Essere Città

Segnaliamo l'iniziativa Essere Città organizzata dal Comitato Piazza Verdi e dall’Accademia Internazionale Umana di Leo e Marino, che si svolgerà in vari giorni di maggio a Bologna in Piazza Verdi alle ore 18:00, come da bozza di programma scaricabile, e che vedrà protagonista anche l'Associazione Centro Studi Nuove Generazioni.

Mercoledì 25 maggio ore 18:00 Piazza Verdi, Bologna:
Carlo Pantaleo: Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni;
Andrea Botteghi: Responsabile Area Economia e Finanza, Webmaster.
Presentano: 
"PREMIARE LE NUOVE GENERAZIONI",
"Esperienza e prospettiva d'impegno".



Pubblichiamo cosa ne pensa Gianluca Pascucci come opinione personale a proposito di Essere Città (che è lo slogan che fa parte dell'associazione Piazza Verdi) relativamente alle iniziative davanti al locale Piccolo e Sublime.
I concetti espressi vanno nella direzione di un superamento delle barriere ideologiche e politiche al fine di incontrare e favorire la persona nella sua interezza.

Vi mando in allegato tutte le iniziative che abbiamo svolto a Bologna con tutte le date ed i partecipanti che sono intervenuti in Piazza Verdi dal 5 maggio al 30 giugno 2011.
E' stato un lavoro grande e ben coordinato ed ha richiesto molte energie da mettere in campo come si può ben intendere. La vostra presenza fresca e giovane, così appassionata al reale, ci ha permesso di consolidarne lo spessore culturale e sociale.
Chiunque leggendo i nomi e cognomi di chi è intervenuto può consultarsi in google ed accorgersi che si tratta di personalità ad elevato profilo culturale.
Ci si chiede il perché di iniziative simili. E ti rispondo subito dando l'avvio così ad un articolo se vuoi per Nuove Generazioni: Perché ne vale la pena spendersi tanto per incontrare le persone in quello che a loro sta più a cuore?




A completamento del suo articolo, Gianluca Pascucci ci chiede di pubblicare questo ricordo di Enzo Piccinini, perché: "il fatto che Cristo sia venuto sulla terra cambia anche il modo di concepirmi e concepire tutto ciò che mi circonda".

Una cosa dell’altro mondo.
In questo mondo

di Enzo Piccinini

Il 26 maggio 1999 è morto in un incidente stradale Enzo Piccinini. Chirurgo stimatissimo e responsabile di Cl, ha lasciato la moglie Fiorisa e i figli Chiara, Pietro, Maria e Annarita.
Abbiamo pensato di ricordarlo pubblicando la trascrizione di un intervento all’Happening dei giovani a Bologna nell’estate del 1995. Gli universitari lo avevano invitato a presentare le Lettere sul dolore di Emmanuel Mounier. Lui medico aveva, infatti, una passione sfrenata per la lettura, il che segnò i suoi primi incontri milanesi con don Giussani, che ogni volta gli passava qualche libro dei suoi. E chi scrive ricorda i primi incontri con Enzo all’Università di Bologna - era il 1980-81 - e quella libreria in casa sua a Modena con uno scaffale di libri misteriosamente ricoperti di una carta bianca che non lasciava trasparire nulla. Erano i libri che gli aveva dato don Giussani nel corso degli anni, questo lo scoprimmo più avanti quando Piccinini cominciò a fare lo stesso con alcuni di noi. Ora molte di quelle opere sono finite in una collana della Bur Rizzoli e si chiamano “i libri dello spirito cristiano”.

Attivare la cittadinanza perché tutti possiamo avere futuro

di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro-Culturale
“La Bilancia dell’Orefice”

I nuovi diritti si caratterizzano per essere concordati fra le generazioni, e non sono definitivamente esclusivi da un lato da mobilitazioni di tipo rivendicativo, né dall’altro per l’elargizione di prestazioni dovute. Ma si traducono piuttosto in una corresponsabilizzazione orientata a diritti comuni che abbiano sempre più come centralità la persona umana nella prossimità in cui è.
Persona che non è solo un individuo-consumatore oggetto delle sollecitazioni sociali, né il fossile guscio di una coscienza chiusa a riccio in un mondo che cambia.
Persona è invece il volume totale dell’uomo in tutte le sue dimensioni che si struttura esercitando la propria responsabilità nella sua indipendenza, nella sua totalità e apertura.
Nel secolo passato l’uomo ha preso coscienza di essere titolare di fondamentali esigenze che l’ordinamento giuridico è tenuto a riconoscere e a garantire. Oggi di fronte ai pericoli del pianeta e di un reale svuotamento della cittadinanza effettiva dell’uomo, appare essenziale che ognuno, cosciente della propria dignità di com-partecipe della vita sociale, attivi tutte le sue potenzialità e costruisca con gli altri una migliore casa comune. Abitare il futuro vuol dire creare quei legami o patti sanciti prima di tutto non da decreti, bensì da una coscienza operante e respirante nelle scelte quotidiane per il bene di tutta la persona e di tutte le persone.
In una società democratica la cittadinanza precede l’organizzazione politica, così come il corpo politico precede lo stato. Non è lo stato a conferire la qualità di cittadini, ma sono i cittadini a dar vita allo stato. La Costituzione Italiana riconosce all’articolo 2 i diritti dell’uomo in tutta la loro dimensione prospettica, ma dall’articolo 3 scompare l’uomo e appare come attore sociale e politico il cittadino. Ciò significa che la cittadinanza è il modo in cui viene tutelata e rispettata la dignità umana nella vita sociale e politica.
Ora nonostante l’organizzazione delle classi subalterne, la partecipazione civile favorisce in larga misura i ceti abbienti e privilegiati, la cosiddetta maggioranza elettorale appagata, tra cui si trovano i cittadini più attivi, a discapito delle classi subalterne e svantaggiate, formate in maggioranza da cittadini che, mancando di risorse, individuali e collettive, sono poco o per nulla attivi.
Qui si spiega perché spesso le politiche tendono a favorire gruppi particolari di cittadini attivi e non l’interesse pubblico più generale.
La partecipazione è un diritto che avvantaggia coloro i quali la praticano, chiunque essi siano, nel bene e nel male. Costoro sono i “soddisfatti” e le politiche propugnate sono quelle che Galbraith ha definito la “cultura dell’appagamento”.

lunedì 18 aprile 2011

Il progetto SIGEA per il recupero delle eccedenze alimentari

a cura di Michele Giovannetti
Responsabile Progetto SIGEA

Se l'economia produce eccedenze, che nella maggior parte dei casi si trasformano in sprechi, e dall'altro una parte della società risulta averne bisogno, l'obiettivo per cui il progetto SIGEA ha visto la luce è la necessità di fare incrociare le due "curve" a livello locale. Pertanto lo scopo è di organizzare un sistema di circolazione delle eccedenze alimentari all'interno di un sistema turisticamente avanzato, proponendosi non di gestire direttamente i beni recuperati, ma facilitando l’incontro tra i punti vendita (offerta) e gli enti di assistenza (domanda) dello stesso territorio, integrando anche le esperienze già attive, attraverso una messa “in sicurezza” del sistema di recupero per quanto riguarda gli aspetti amministrativi, fiscali, igienico-sanitari, nutrizionali, logistici, organizzativi e di comunicazione.
SIGEA è stato elaborato dal giovane laureando riminese Michele Giovannetti - già socio del l'Associazione Centro Studi Nuove Generazioni - ed è nato grazie alle agevolazioni previste dal Consorzio Spinner, occasione con cui Confcooperative ha potuto svilupparlo nell'ambito della sua Cooperativa Madonna della Carità. L'idea ha la sua radice nella tavola rotonda "Il Dono e la fiducia nell'economia di reciprocità - Ripensare praticamente il mercato" svoltasi nel 2010 nell'ambito della rassegna Riflessioni Socio-Economiche Riminesi 2010 organizzate dall'Associazione Centro Studi Nuove Generazioni, che ha visto il racconto dell'esperienza di Last Minute Market a cura del prof. Andrea Segré.
Sin da subito il progetto ha raccolto l'attenzione entusiasta dell'associazione Figli del Mondo e dell'Assessorato alle Politiche Educative e Scolastiche del Comune di Rimini nella figura dell'assessore Samuele Zerbini, che al termine dei 6 mesi di elaborazione ha così rifinanziato il progetto presentato con un bando che ha visto l'ingresso in partnership dell'Opera S. Antonio per i Poveri.
Si potrebbe obiettare che non si tratta di una vera e propria "scoperta", rispetto alle esperienze che già esistono; ma la novità è dove si situa l'innovazione, che è di processo e mira ad inserire all'interno delle procedure dei vari stakeholder alimentari, parti di procedure innovative che permettano in maniera automatica di reindirizzare il cibo trasformando lo scarto in un materiale da utilizzare (ad esempio in beneficenza) e da rilavorare (attraverso cooperative sociali, in modo da avere un nuovo prodotto da utilizzare o da rivendere).
Infine, non è assolutamente da sottovalutare l'impatto sotto il profilo economico per le imprese che vi aderiraranno: in concordia con l'idea di una politica premiante, è in fase di studio una proposta per poter riconoscere, tramite la collaborazione di Hera S.p.A., importanti riduzioni tariffarie.

Vi invitiamo a scaricare la documentazione per approfondire il progetto.

Associazione Centro Studi Nuove Generazioni
Confcooperative
Cooperativa Madonna della Carità
Figli del Mondo
Opera S. Antonio per i Poveri





venerdì 15 aprile 2011

Il lavoro come problema

di Michele La Rosa
Già docente ordinario di “Sociologia del lavoro” presso la Facoltà di Scienze Politiche di Bologna dove insegna anche “Sociologia economica” e “Management e gestione delle risorse umane”. Già presidente del Corso di laurea in “Sociologia” e del Corso di laurea specialistica in “Occupazione, mercato, ambiente” della medesima Facoltà. Nell’ambito del Dipartimento di Sociologia di Bologna (ove è membro di Giunta), dirige il C.I.Do.S.Pe.L., Centro Interdipartimentale di Documentazione e Studi Sociologici sui Problemi del Lavoro.

Chi ha già un lavoro aspira contrattualmente e nei fatti a vedere sempre migliorata la propria situazione e condizione in termini che noi definiamo di migliore qualità del lavoro dal punto di vista economico, ergonomico, della professionalità e dell'autonomia. La qual cosa non significa sempre e necessariamente una politica a favore di coloro che un lavoro non hanno ancora; anzi sia in termini di tempi che di remunerazione (monetaria e non) non sono mancati casi di contrapposizione a volte anche lacerante con le ragioni dei disoccupati.
Qui sta la ragione della non automaticità, come abbiamo già avuto occasione di affermare in altre sedi, dello slogan “lavorare meno per lavorare tutti” e qui risiede l'esigenza di ricomporre una politica del lavoro compatibile con le esigenze di tutti i soggetti che hanno ugualmente tutti diritto ad un lavoro e, nel contempo, ad un lavoro sempre migliore in qualità. Noi riteniamo, dunque, che una prima urgenza sia proprio quella di operare perché i lavoratori avvertano costantemente il problema della mancanza del lavoro per molti loro colleghi, anche perché detta condizione potrebbe investirli da un momento all'altro, e si orientino ad una politica ‘unitaria’ per migliorare il loro lavoro e per allargare le presenze sul lavoro nell'ambito di una logica che non coniuga oramai più sviluppo ed occupazione, evitando inutili e dannose guerre fratricide o dicotomie non comprensibili.

giovedì 7 aprile 2011

Le condizioni di lavoro per essere sicuri

di Marco Savioli
Facoltà di Economia, Università di Bologna - sede di Rimini
collaboratore Associazione Centro Studi Nuove Generazione

Il pieno godimento dei diritti riconosciuti dalla Costituzione prevede che i cittadini siano messi in grado di svolgere la propria attività lavorativa in presenza di un’adeguata tutela della salute e della sicurezza. Inoltre, limitandosi a un punto di vista freddamente economico, i costi legati agli infortuni e alle malattie professionali possono essere molto alti per l’intera società. Oltre ai costi che devono sostenere i lavoratori e le loro famiglie, non si devono dimenticare i costi sopportati dalle imprese e dallo Stato. È quindi rilevante, nell’interesse comune di tutte le parti in gioco, l’individuazione delle reali cause degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali.
I dati prodotti dall’ILO (International Labour Organization, 2010) ci dicono che annualmente si verificano 337 milioni di incidenti non mortali sul lavoro; le morti per incidenti e malattie legate al lavoro sono invece 2,3 milioni. In Europa sono stati fatti, negli ultimi anni, numerosi sforzi legislativi per migliorare la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro, facendo registrare un incoraggiante miglioramento. Nonostante questi sforzi la probabilità di infortunarsi non si è però ridotta in modo omogeneo fra le varie categorie di lavoratori, imprese e settori produttivi. Difatti, i tipi di rischio cui sono esposti i lavoratori evolvono in relazione all’innovazione tecnologica, alla conseguente riorganizzazione del processo produttivo, e ai cambiamenti del mercato del lavoro.
Una delle posizioni spesso riscontrate nelle notizie che ascoltiamo tutti i giorni è che il contratto lavorativo, in aggiunta al tipo di lavoratore, potrebbe influenzare il rischio di subire incidenti/malattie. Il precariato di alcuni lavoratori, determinando un minore potere contrattuale, potrebbe essere associato a cattive condizioni di lavoro che accrescono l’insicurezza.
Un recente articolo (http://www.econ-pol.unisi.it/quaderni/608.pdf) approfondisce il tema della sicurezza sul lavoro analizzando gli incidenti e le malattie professionali non mortali. I dati presenti nella Rilevazione sulle Forze di Lavoro che contengono un modulo “ad hoc” sulla Salute e sicurezza sul lavoro, hanno consentito di osservare la situazione lavorativa e infortunistica di oltre 45.000 lavoratori dipendenti con contratti a tempo determinato e indeterminato. Più precisamente, sono state considerate le caratteristiche personali dei lavoratori, le imprese in cui erano impiegati, le tipologie di lavoro (tempo pieno, straordinario, turni, professione svolta), le condizioni di lavoro (carichi di lavoro eccessivi, esposizione a pericoli dovuti a polveri, gas, esalazioni, fumi, sostanze chimiche, ambiente con rumori eccessivi o vibrazioni, etc.) e gli eventuali incidenti e malattie subiti.
I risultati dello studio mostrano che la sicurezza dipende principalmente dalle condizioni effettive nelle quali si presta il lavoro e, in seconda battuta, dalle caratteristiche personali dei lavoratori (maggiore possibilità di infortunio/malattia associata a: non essere al primo impiego, non essere soddisfatti dal lavoro attuale, il genere del lavoratore, avere una predisposizione latente misurata dagli incidenti nel tragitto casa-lavoro). La tipologia contrattuale (determinato/indeterminato) non sembra avere un effetto significativo sulla probabilità di incorrere in infortuni o malattie riconducibili al lavoro, una volta considerate le altre variabili.
L’intervento pubblico in materia di sicurezza sul lavoro dovrebbe essere indirizzato da risultati scientifici piuttosto che da posizioni strettamente politiche e ideologiche. Lo studio sopra riportato sembra suggerirci come sia fondamentale stimolare l’innovazione tecnologica, la formazione e l’informazione dei lavoratori, mirando ad agire sulle cause tecniche e umane che possono determinare l’infortunio (malattia). Inoltre bisogna fare in modo che le norme emanate siano correttamente osservate. Le ispezioni e le sanzioni, pur essendo importanti, non sono sufficienti. È importante intervenire anche su un insieme di fattori organizzativi, culturali e comportamentali radicati negli ambienti di lavoro.

mercoledì 6 aprile 2011

Etica e impresa: come e perché 'ritornare' a Polanyi

di Michele La Rosa
Già docente ordinario di “Sociologia del lavoro” presso la Facoltà di Scienze Politiche di Bologna dove insegna anche “Sociologia economica” e “Management e gestione delle risorse umane”. Già presidente del Corso di laurea in “Sociologia” e del Corso di laurea specialistica in “Occupazione, mercato, ambiente” della medesima Facoltà. Nell’ambito del Dipartimento di Sociologia di Bologna (ove è membro di Giunta), dirige il C.I.Do.S.Pe.L., Centro Interdipartimentale di Documentazione e Studi Sociologici sui Problemi del Lavoro.

Esistono infatti approcci teorico-filosofici che riconoscono la realtà individuale come unica entità di riferimento e che dunque fanno risalire i principi etici ad un contratto sociale stipulato fra individui senza considerazione per la società, se non come insieme di individui che, nella misura in cui si trovano ad operare assieme, stipulano patti reciproci che rispettano le esigenze dei soggetti fino al punto in cui non danneggiano l’altro. Numerosi sono gli orientamenti riconoscibili - seppur in forme differenti - in tale approccio, come quello libertario, quello liberal-democratico, contrattualista e/o neo-contrattualista.
Dall’altro lato, in specie negli anni a noi più recenti, contestualmente alla nascita, sviluppo e consolidamento delle politiche di Welfare State, si confrontano gli approcci che in qualche modo riconoscono un ruolo ‘forte’ alla struttura ed alle istituzioni, con una accezione del bene comune a cui gli individui devono adattarsi accettando i limiti definiti dal momento pubblico, in specie per porre rimedio ai “fallimenti del mercato”. Recentemente quest’ultimo approccio è stato messo fortemente in discussione contrapponendo i fallimenti dello Stato a quelli del mercato e del momento pubblico all’azione privatistico individuale.
Ma, come si può ben rilevare, nessun approccio può dirsi risolutivo e dominante; dunque, ne deriva che una concezione dell’etica, come afferma Mazzocchi “in una società concreta e reale deve necessariamente fare riferimento ad una pluralità di criteri, cioè non può che essere una concezione complessa” (Mazzocchi G., Quale giustizia sociale? Frutto di un patto fra gli individui? Concezione e prassi di una comunità? Obiettivi, significato e metodo di una ricerca, in Mazzocchi G.- Villani A. (a cura di), op. cit).
Ed è proprio a questo punto che “entra in gioco” - a nostro parere - la proposta di Polanyi, o meglio una specifica interpretazione che intendiamo avanzare di tale proposta riferendola appunto al tema dell’etica economica. Peraltro già in Weber (ne facciamo, peraltro, un solo accenno) la razionalizzazione è un processo che implica agire razionale di natura utilitaristica (agire razionale rispetto allo scopo) ma anche altre tipologie di agire (soprattutto un agire razionale rispetto ai valori) ugualmente essenziali per garantire la comunità nel suo complesso.

martedì 5 aprile 2011

Per un Piano Strategico premiante e premiato

di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni


Non si è virtuosi se si parla solamente oppure ci si limita ad un rispetto formale delle regole. Bisogna anche “fare” opere e adoperarsi perché i progetti siano partecipati e le regole stesse siano buone. Queste, nella loro valenza sociale, per essere rafforzate hanno bisogno del premio e della cultura che ne deriva. Abbiamo letto i tanti interventi che si sono succeduti e che hanno continuato e alimentato il dibattito che già nei Focus si era avviato. La crisi finanziaria internazionale rischia di creare effetti gravi anche sul lungo periodo, con pesanti ricadute sui lavoratori, sulle famiglie, sulla società e l’economia reale, quella che produce beni e servizi.
Se crediamo davvero in questo Piano Strategico al di là dei singoli temi affrontati, si deve porre quanto prima l’attenzione dovutagli realizzando la “cabina di regia” degli enti promotori di cui si è tanto parlato con i necessari fondi.
Questo Piano va premiato perché a sua volta sia premiante verso le iniziative che società ed istituzioni realizzeranno sussidiariamente. Crediamo che sia questa la sfida che il Piano Strategico lancia ad ognuno di noi, alle famiglie e associazioni, alla società e alle istituzioni stesse.


L'articolo è stato pubblicato dal quotidiano "La Voce di Rimini" del 15 marzo 2011


Su questo tema vedi anche, sul nostro sito, gli articoli:
"Un piano strategico anche per il mare "
e
"Strategie per il Mondo Rurale"